di Claudia Mancina
L’articolo di Bernard Henry Levy sulla Stampa è importante e coraggioso, ma c’è poco da fare: Hamas ha vinto la guerra dell’informazione.
Tutte le storie, gli episodi, gli stessi numeri dei morti, vengono da lì. Come si fa a prendere per buone le notizie che hanno come fonte il “ministero dell’alimentazione “ di Hamas? Eppure è così.
Israele ha sempre sottovalutato questo aspetto, fondandosi sulle sue ragioni e sul debito storico nei suoi confronti. Questa volta, però, le cose stanno andando diversamente che nel passato.
Nuove generazioni di attivisti non sentono più il legame con la storia, e non hanno altra educazione politica che quella confusa e approssimativa che viaggia sui social tra rimasticature di autori peraltro seri, anche se discutibili, come Foucault e Said.
In nome di una generica solidarietà con i popoli oppressi, si è sdoganato l’antisemitismo.
Mentre crolla l’egemonia e quindi la protezione americana, il vecchio anticolonialismo diventa anti occidentalismo.
È difficile immaginare come se ne uscirà.
Sia chiaro: non sostengo Netanyahu e il suo governo di destra. Sono vicina alla sinistra israeliana e ai tantissimi che manifestano per la fine della guerra a Gaza. Penso che il governo israeliano stia conducendo una guerra ormai sproporzionata e inaccettabile nel metodo, e che stia affossando la possibilità di costruire due Stati, unica speranza di soluzione del problema israelo-palestinese. Penso anche che stia rendendo più difficile la vita per gli ebrei in tutto il mondo.
Quello che rifiuto è la narrazione che fa di Israele il solo responsabile dei tragici eventi di Gaza, dimenticando che Hamas utilizza i civili come scudi umani e si mostra del tutto insensibile alle loro sofferenze.
Rifiuto che si metta tra parentesi che Hamas ha usato i ricchi finanziamenti provenienti dal Qatar e dall’Europa per costruire tunnel invece che per migliorare la vita dei palestinesi.
Rifiuto che si ignori che Hamas non è altro che una organizzazione terroristica, che ha nel suo statuto la distruzione di Israele.
Infine mi chiedo: come mai non c’è nessuna vicinanza o compassione per le sofferenze del popolo ucraino? Anche lì muoiono bambini e vengono bombardate case e ospedali. Migliaia di bambini sono stati addirittura rapiti e portati fuori dal loro paese. Come mai non ci sono state manifestazioni per questo? La risposta è una sola: gli ucraini non possono esser visti come un popolo oppresso da un dominio coloniale, e quindi restano fuori dal mainstream antioccidentale. Questo è il triste contesto culturale nel quale ci troviamo.

Già docente di Etica all’Università “La Sapienza” di Roma, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Deputato dal 1992 al 1994 e dal 1996 al 2001 nel gruppo Pds/Ds, è membro della direzione nazionale del Partito democratico. Il suo ultimo libro è “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014)