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Se il centrosinistra si spacca su Gaza e Israele

Pietro Giordano venerdì 30 Maggio 2025
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di Pietro Giordano

 

Gaza, Israele e sinistra: due eventi, una frattura politica

Mentre Pd, M5S e Avs preparano la grande manifestazione del 7 giugno a Roma per Gaza, nascono fronti paralleli e si allungano ombre sull’unità e sull’equilibrio del messaggio politico.


Il fronte progressista italiano si spacca sulla questione palestinese. Non sull’idea, ampiamente condivisa, che sia necessario porre fine alla carneficina in corso nella Striscia di Gaza, ma su come dirlo, con quali parole, in quale cornice politica e – soprattutto – con chi.

La manifestazione convocata per il 7 giugno a Roma da Pd, M5S e Avs rappresenta la cartina di tornasole di un disagio crescente: un progressismo diviso tra la legittima critica al governo israeliano e il timore di cadere in derive antisemite e identitarie.

A rendere ancora più evidente il cortocircuito è la proposta di una contromanifestazione, prevista per il 6 giugno a Milano, promossa da due protagonisti notoriamente distanti come Matteo Renzi e Carlo Calenda. Entrambi, pur condannando le azioni dell’esecutivo Netanyahu, vogliono tenere fermo un punto: il diritto di Israele ad esistere, in sicurezza, al riparo da slogan che evocano la distruzione dello Stato ebraico. Un equilibrio sottile, certo. Ma che molti ritengono non più negoziabile.

Il motivo? Basta leggere la piattaforma dell’evento romano: rigida, immodificabile, impermeabile a ogni proposta correttiva. Neanche le ragionevoli integrazioni suggerite da “Sinistra per Israele” – che chiedevano una chiara condanna del crescente antisemitismo e della demonizzazione degli israeliani in quanto tali – sono state prese in considerazione. La paura, dicono gli organizzatori, è quella di aprire un vaso di Pandora: se si tocca un punto, tutto può saltare, e con esso l’intero fragile equilibrio del corteo.

Ma a che prezzo? Perché se è vero che l’intento della manifestazione è promuovere il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e il riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 – come indicato anche nella mozione parlamentare recentemente votata dalle stesse forze del “tripartito” – è altrettanto vero che la scelta di ignorare qualsiasi riferimento esplicito alla lotta contro l’antisemitismo rischia di creare un corto circuito. Politico e morale.

È evidente la difficoltà del Partito Democratico, stretto tra l’ansia di partecipare a una piazza popolare – e dunque potenzialmente radicalizzata – e il tentativo di mantenere una postura istituzionale e responsabile. I vertici Dem, come dimostra l’intervento infuocato di Peppe Provenzano alla Camera contro Tajani, sembrano optare per l’inasprimento del linguaggio. Ma in piazza, si sa, le parole moderate rischiano il fischio, non l’applauso.

Poi c’è il punto dolente: la variabile incontrollabile dei “giovani pro-Pal”, una galassia variegata e spesso incline a slogan estremi, che in passato ha già dimostrato di non riconoscere leadership, né bandiere. Il timore degli organizzatori è che la giornata romana venga travolta da parole d’ordine che inneggiano al “genocidio” israeliano, al “fiume al mare”, slogan che cancellano la complessità del conflitto per farne un’icona ideologica. E questo, nel cuore della Capitale, non è solo un rischio politico, ma una possibile miccia su un contesto già incendiario.

Ecco perché la manifestazione del 6 giugno a Milano, potrebbe diventare un segnale politico forte. Non una fuga, ma una chiamata a un’altra modalità di testimonianza. Dove la denuncia dei crimini e degli eccessi dell’attuale governo israeliano non diventi alibi per la negazione dell’identità di un intero popolo, e dove la difesa della causa palestinese non sia strumentalizzata a fini elettorali o ideologici.

È possibile, oggi, affermare che il popolo palestinese ha diritto a vivere libero e sovrano, e allo stesso tempo difendere il diritto del popolo israeliano a esistere senza doversi barricarsi sotto le bombe? È questa la domanda che attraversa la sinistra italiana, e a cui, finora, non si è voluto o potuto rispondere in maniera unitaria.

Due manifestazioni, due verità. Ma una sola necessità: uscire dalla logica binaria che trasforma il Medio Oriente in uno specchio deformante delle nostre divisioni interne. Perché se la politica italiana non riesce a tenere insieme la solidarietà con Gaza e la condanna dell’antisemitismo, il rischio non è solo di spaccare la sinistra, ma di compromettere quella cultura della pace che – a parole – tutti dicono di voler difendere.

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