di Alberto Bianchi
Le recenti deliberazioni della Corte dei conti, la magistratura contabile – che hanno bloccato l’avanzamento del progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto – hanno riacceso lo scontro politico tra maggioranza e opposizione sul destino di un’infrastruttura cruciale per il Mezzogiorno. La discussione sul Ponte di Messina, d’altro canto, non è mai stata soltanto una questione tecnica o economica: da oltre un secolo rappresenta un terreno simbolico e politico su cui si misurano visioni contrapposte dell’Italia e del suo sviluppo.
In questa sede di Libertà Eguale, intendo assumere il progetto del Ponte come esempio paradigmatico del rapporto complesso tra la politica delle grandi opere infrastrutturali e la sinistra italiana. Il mio focus critico riguarda la posizione di totale opposizione assunta dalla sinistra radicale e movimentista del cosiddetto Campo largo, una scelta strumentale e di mera contrapposizione politica. Tale rifiuto rischia di riproporre, in forme nuove ma con radici antiche, un atteggiamento che esalta l’antindustrialismo, la decrescita e un anticapitalismo di fondo mascherato dal “no” al Ponte.
Il Ponte sullo Stretto è un’idea che affonda le sue radici nell’Ottocento. Già nel 1876 l’ingegnere Luigi Cozza propose un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. Nel corso del Novecento, soprattutto dagli anni ’60 in poi, il progetto è stato ripreso ciclicamente come simbolo di modernizzazione e di integrazione del Mezzogiorno nel tessuto produttivo nazionale.
Ogni volta, però, l’idea si è scontrata con resistenze politiche e culturali. Negli anni ’60, ’70 e ’80, quando l’Italia viveva la stagione delle grandi opere (dalle autostrade alle centrali elettriche), il Ponte divenne bersaglio di critiche da parte dei movimenti ambientalisti e di una parte della sinistra, che lo considerava un “mostro di cemento” e un investimento inutile.
La sinistra massimalista e radicale italiana ha spesso fatto dell’opposizione alle grandi opere un tratto distintivo. Dalla lotta contro il nucleare negli anni ’80 (a cui finì per dare, purtroppo, il suo apporto anche il PSI, allora in conflitto con DC e PCI, ma anche democristiani e comunisti furono impegnati in una mobilitazione debole e ambigua a favore dell’atomo) alle mobilitazioni contro la TAV in Val di Susa, fino alle contestazioni più recenti su infrastrutture energetiche e logistiche, si è consolidata una cultura politica che associa il progresso industriale a sfruttamento, inquinamento e perdita di identità locale.
Dietro questa opposizione della sinistra massimalistica e radicale si cela un anticapitalismo di fondo: l’idea che ogni grande opera sia espressione di interessi economici “padronali” e di un modello di sviluppo da rifiutare. In questo quadro, il Ponte sullo Stretto diventa un simbolo perfetto: un’opera che promette di ridurre l’isolamento della Sicilia e della Calabria, ma che viene interpretata come un favore al grande capitale e come un attacco alla natura.
Nell’attuale fase politica, l’antindustrialismo e la decrescita si intrecciano con un nuovo linguaggio ideologico: quello della cosiddetta cultura “wokista”, che la segreteria Schlein ha portato al centro della narrazione della sinistra di opposizione. La difesa delle minoranze, l’attenzione ai simboli e a motivi identitari, la centralità delle battaglie valoriali si saldano con la diffidenza verso il progresso materiale e infrastrutturale.
Il risultato è una sinistra che appare più attenta a rivendicazioni simboliche che a progetti concreti di sviluppo. In questo quadro, il “no” al Ponte non è solo un rifiuto tecnico, ma diventa parte di una visione più ampia che rischia di privilegiare la decrescita e la testimonianza ideologica rispetto alla crescita e alla modernizzazione.
È importante distinguere la posizione della sinistra radicale da quella della sinistra storica e riformista. Quest’ultima, pur con sensibilità sociali e ambientali e qualche temporaneo errore politico, ha sempre riconosciuto e riconosce il valore delle grandi opere infrastrutturali come strumenti di progresso e di emancipazione collettiva.
Basti pensare all’Autostrada del Sole, inaugurata negli anni ’60, o alle linee ferroviarie ad alta velocità: progetti sostenuti anche da governi di centro-sinistra, che hanno contribuito a ridurre le distanze, a favorire la mobilità e a rafforzare l’unità nazionale. La sinistra riformista ha visto e vede nelle infrastrutture un mezzo per garantire pari opportunità e per integrare il Mezzogiorno nel tessuto produttivo del Paese.
La sinistra radicale, invece, ha trasformato il “no” alle grandi opere in un tratto identitario fondamentale, contrapponendo la decrescita e l’anticapitalismo a una visione di sviluppo inclusivo. È questa differenza che oggi emerge con forza nel dibattito sul Ponte: da un lato, chi lo considera un’occasione di modernizzazione e di riscatto; dall’altro, chi lo rifiuta come simbolo di un modello da abbattere.
Il problema, tuttavia, è che la linea radicale rischia di mortificare l’orgoglio e la volontà dei siciliani e dei calabresi, e più in generale del Meridione, di presentarsi come parte dinamica e produttiva dell’Italia.
Il Sud ha sofferto non solo per una reale arretratezza materiale, ma anche per un’immagine stereotipata di marginalità, alimentata da decenni di ritardi infrastrutturali e da una narrazione che lo dipinge come “periferia” del Paese. La costruzione del Ponte, al di là delle appartenenze politiche, rappresenterebbe un segnale di fiducia e di investimento nella capacità del Mezzogiorno di essere protagonista. Bloccarlo per ragioni ideologiche significherebbe ribadire, ancora una volta, che il Sud non può o non deve aspirare a grandi opere, condannandolo a una marginalità permanente.
La questione del Ponte non può essere ridotta a una proposta del centrodestra e, ancor meno, di Matteo Salvini. La storia del progetto attraversa governi di diverso colore politico, e più volte anche esponenti progressisti ne hanno riconosciuto la potenzialità strategica.
Legare l’opera esclusivamente a una bandiera del governo Meloni o di partito significa impoverire il dibattito e trasformare un tema di sviluppo nazionale in un terreno di scontro ideologico. In questo modo, la sinistra radicale rischia di apparire non come forza critica e propositiva, ma come movimento di pura opposizione, incapace di offrire alternative credibili.
Oltre al valore economico e simbolico, il Ponte sullo Stretto avrebbe anche una rilevanza strategica e militare. Lo Stretto di Messina è uno snodo cruciale nel Mediterraneo, un’area di transito per rotte commerciali e militari.
Un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria rafforzerebbe la capacità logistica e difensiva dell’Italia, consentendo spostamenti più rapidi di uomini e mezzi e consolidando il ruolo del Paese come attore centrale nello scacchiere mediterraneo allargato.
Si consideri, inoltre, che nei prossimi giorni la “… Commissione europea presenterà le proposte contenute nel pacchetto sulla Mobilità militare: si tratta di una cornice […] che servirà a velocizzare gli spostamenti di uomini e mezzi e che mira a istituire un’area di mobilità militare per tutta l’Unione entro il 2027, come primo passo verso la cosiddetta Schengen militare.” (fonte da Il Foglio del 19- 11 a firma Giulia Pompili).
Il Ponte sullo Stretto di Messina prevede, certo, tempi medio lunghi di realizzazione che vanno oltre il 2027, ma è fuor di dubbio che si inquadra armonicamente sin da ora nella prospettiva europea della Schengen militare. In un’epoca di instabilità geopolitica, ignorare la dimensione anche strategica del progetto del Ponte significa rinunciare a una leva fondamentale di sicurezza nazionale ed europea.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalla posizione della magistratura contabile, che ha sollevato rilievi sugli aspetti amministrativo-contabili della proposta governativa relativa al Ponte. Questi interventi, pur formalmente legati a questioni di bilancio e procedure, si collocano in un contesto di forte tensione tra governo e magistratura, alimentato dal dibattito sulla riforma della giustizia e sul ruolo dei controlli.
In questo quadro, le deliberazioni della magistratura contabile rischiano di assumere un valore politico oltre che tecnico, rafforzando l’opposizione al progetto e contribuendo a una percezione di conflitto istituzionale che complica ulteriormente il percorso dell’opera. La dialettica tra governo e Corte dei conti, già accesa sul tema della riforma della giustizia e dei controlli preventivi, finisce così per riverberarsi anche sul Ponte, trasformandolo in un terreno di scontro non solo politico, ma anche istituzionale.
Conclusione
L’opposizione strumentale della sinistra radicale al Ponte sullo Stretto rischia, dunque, di trasformarsi in un boomerang politico e culturale. Non si tratta di schierarsi con il centrodestra, ma di riconoscere che il Mezzogiorno ha bisogno di opere e di simboli che lo proiettino nel futuro.
La differenza tra la sinistra radicale e quella storica e riformista è evidente: la prima vede nelle grandi opere un nemico ideologico, la seconda le ha considerate e continua a vederle come strumenti di progresso e di emancipazione.
In definitiva, il Ponte sullo Stretto non è soltanto un’opera ingegneristica, ma un banco di prova politico e culturale. La sua realizzazione significherebbe affermare che il Mezzogiorno non è condannato alla marginalità, ma può essere protagonista di una nuova stagione di sviluppo, di modernizzazione e di centralità strategica nel Mediterraneo.
Rifiutarlo per motivi ideologici o per contrapposizioni istituzionali significa perpetuare un destino di lenta emarginazione; sostenerlo, invece, vuol dire dare voce all’orgoglio e alla volontà di riscatto di milioni di cittadini meridionali, restituendo al Sud un ruolo vitale nell’Italia e nell’Europa del XXI secolo.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.