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Se l’America diventa una polveriera

Alessandro Maran sabato 4 Ottobre 2025
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di Alessandro Maran

 

“È una guerra dall’interno”, ha detto martedì il presidente Donald Trump ai vertici militari statunitensi presso la base del Corpo dei Marines di Quantico, in Virginia (convocati con breve preavviso dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth per un incontro inconsueto, durante il quale Hegseth ha dichiarato che “l’era della leadership politicamente corretta, eccessivamente sensibile e attenta a non ferire i sentimenti di nessuno finisce proprio ora a tutti i livelli”: https://www.euronews.com/2025/09/30/trump-and-hegseth-declare-end-of-politically-correct-leadership-in-us-military). Inveendo contro la gestione democratica delle principali città statunitensi, Trump ha continuato: “E ho detto a Pete che dovremmo usare alcune di queste città pericolose come campi di addestramento per i nostri militari – Guardia Nazionale, ma militari” (https://youtu.be/bv0jx4hiLF0?si=UxW5mWS46NCBky2Y).
Riepiloghiamo. Il governo americano è di nuovo in shutdown, cioè in blocco amministrativo, per l’impasse sul bilancio. Come scrive Anvee Bhutani del Wall Street Journal, “durante lo shutdown, gli uffici governativi continuano a svolgere le attività essenziali, ma le attività considerate non essenziali vengono interrotte, cessano i pagamenti degli stipendi e molti lavoratori vengono messi in cassa integrazione fino a quando il Congresso non approva nuovi finanziamenti. L’impatto sia sui singoli individui che sull’economia dipenderà dalla durata dello shutdown, che sarà di pochi giorni o settimane, e dalla decisione della Casa Bianca di procedere con i suoi piani di licenziamento dei lavoratori durante la sospensione dei finanziamenti”(https://www.wsj.com/…/federal-government-shutdown-2025…). Si tratta di una notizia senza dubbio importante ma la notizia forse più significativa (e più grave) riguarda il continuo dispiegamento di truppe della Guardia Nazionale da parte di Trump nelle città americane. Segna un’intrusione federale senza precedenti nella vita quotidiana delle città, che per combinazione sono, politicamente, delle roccaforti democratiche nelle quali i cittadini potrebbero detestare Trump profondamente. Il presidente americano ha ordinato o accennato all’idea di ordinare alla Guardia Nazionale di entrare nelle città statunitensi contro la volontà dei governatori e dei sindaci democratici (“State lontani da Seattle”, ha detto il sindaco Bruce Harrell) e dopo che, negli ultimi anni, le divisioni tra i partiti, la violenza politica e il pericolo di politicizzare l’esercito, sono già emersi come gravi preoccupazioni.
Trump ha davvero il potere di inviare la Guardia Nazionale? Sì e no. Inviando truppe della Guardia a Washington DC ad agosto, Trump ha dichiarato un'”emergenza criminalità” (https://www.whitehouse.gov/…/additional-measures-to…/) e ha cercato di istituire “unità specializzate” all’interno della Guardia Nazionale “specificamente addestrate ed equipaggiate per affrontare problemi di ordine pubblico” (https://edition.cnn.com/…/trump-executive-order…). Dal punto di vista legale, Washington DC è un caso un po’ diverso, poiché lì le truppe della Guardia Nazionale riferiscono al presidente, scrivono Scott R. Anderson e Fred Dews di The Brookings Institution (https://www.brookings.edu/…/whats-the-presidents-legal…/). Ma un giudice federale ha già stabilito che l’uso da parte dell’amministrazione Trump di truppe della Guardia Nazionale a Los Angeles per contribuire allo svolgimento delle attività di polizia durante l’estate era illegale (https://edition.cnn.com/…/national-guard-california…). Il giudice ha citato una legge vecchia di quasi 150 anni che “impedisce alle truppe federali di partecipare alle attività di polizia civile, salvo quando espressamente autorizzate dalla legge”, come spiega Joseph Nunn del Brennan Center (https://www.brennancenter.org/…/posse-comitatus-act…). La Corte Suprema non si è ancora pronunciata. Nunn scrive altrove che l’amministrazione si basa su un’interpretazione giuridica estensiva utilizzata per la prima volta nel 2020, quando le truppe della Guardia Nazionale furono impiegate a Washington per gestire le proteste in seguito all’omicidio di George Floyd (https://www.brennancenter.org/…/presidents-power-call…). Presso l’IRIS – Institut de relations internationales et stratégiques, Jeff Hawkins rievoca le radici storiche della Guardia Nazionale (che risalgono all’epoca coloniale, ben prima dell’indipendenza, quando ogni colonia manteneva la propria milizia) e si sofferma sull’ambiguità del loro possibile ruolo nella lotta alla criminalità (https://www.iris-france.org/…/american-institutions…/).
Tra le altre preoccupazioni, questi dispiegamenti di truppe hanno suscitato timori circa i possibili scontri violenti qualora queste truppe incontrassero l’opposizione dei manifestanti e rinnovati timori di politicizzazione dei militari. A proposito quest’ultimo punto, Aaron Blake della CNN scrive di una inquietante nota a piè di pagina della sentenza di Los Angeles. Dopo che un membro della Guardia Nazionale si è opposto in privato a una dimostrazione di forza pianificata a MacArthur Park, un alto funzionario del Dipartimento della Sicurezza Interna ha messo in dubbio la sua lealtà al Paese. Il membro della Guardia Nazionale in questione “è un veterano dell’Iraq con 30 anni di servizio, e qui c’era un incaricato politico che insinuava che fosse sleale per aver criticato i piani dell’amministrazione”, scrive Blake. “La scena è l’emblema della pressione politica a cui sono sottoposti i leader militari mentre Trump spinge per schierare l’esercito sul suolo statunitense”(https://edition.cnn.com/…/quantico-trump-generals…).
In un recente editoriale del New York Times, il politologo dell’Università di Chicago Robert A. Pape ha messo in guardia sul fatto che Chicago potrebbe trasformarsi in una polveriera di potenziali scontri tra cittadini e soldati, se l’amministrazione Trump dovesse procedere con il piano di inviare lì 100 soldati della Guardia Nazionale (https://www.npr.org/…/portland-chicago-memphis-trump…). Pape scrive: “Ho studiato le occupazioni militari di regioni all’interno dei confini nazionali da parte di democrazie, concentrandomi su casi verificatisi o iniziati dopo il 1980: Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Spagna e Paesi Baschi e altri. Queste occupazioni (…) spesso sono iniziate con la repressione della violenza, ma hanno finito per provocare o esacerbare disordini civili diffusi, violenza politica e terrorismo (…) Le forze occupanti raramente, se non mai, definiscono le loro attività un’occupazione, ma sono ampiamente percepite come tali dalla popolazione locale. L’occupazione spesso dura più a lungo del previsto e porta a un coinvolgimento che va oltre lo scopo dichiarato inizialmente. Le proteste accadono. La repressione delle proteste avviene. Le forze occupanti devono ritirarsi in modo disonorevole o raddoppiare gli sforzi nella speranza di pacificare la rivolta. La situazione di solito degenera” (https://www.nytimes.com/…/trump-chicago-national-guard…).
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