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Specchio, rifugio o illusione? Il senso di Mamdani per la sinistra italiana

Alberto Bianchi sabato 8 Novembre 2025
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di Alberto Bianchi

 

La vittoria di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha suscitato un’ondata di entusiasmo nella sinistra italiana, in particolare tra le correnti più radicali e movimentiste. Mamdani, figura giovane, “socialista democratico” (così egli si autodefinisce), musulmano e militante, incarna una sinistra identitaria e antagonista, capace di mobilitare le minoranze con un linguaggio diretto e una visione molto semplificata e schematica della realtà. La sua elezione è stata salutata da Elly Schlein e da esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, ad esempio, come un segnale di rinascita, una “politica della speranza” che squarcia il buio del trumpismo.

Ma questo entusiasmo ancora una volta  rivela una frattura profonda all’interno della sinistra italiana: mentre l’ala radicale celebra Mamdani come modello, quella riformista — più cauta e pragmatica — osserva con molto scetticismo (per la verità anche all’interno del Partito democratico americano ci sono esponenti severamente critici all’indirizzo politico di Zohran). Per i riformisti  Mamdani rappresenta una sinistra che rischia di definirsi solo per contrapposizione, perdendo il contatto con la realtà italiana e con le sfide concrete del governo e della mediazione sociale.

1-Due sinistre a confronto: radicalismo simbolico vs riformismo pragmatico.

La sinistra radicale, difatti:

– si riconosce nel linguaggio diretto e nelle battaglie simboliche di Mamdani: giustizia sociale, diritti civili, inclusione;

– tende a idealizzare Mamdani come “eroe straniero”, proiettando su di lui speranze di rinnovamento;

– preferisce la mobilitazione identitaria alla costruzione di consenso largo per un’alternativa di governo: in Italia al centro destra; negli Usa al presidente Trump.

La sinistra riformista, invece:

– invita alla cautela: Mamdani ha vinto in una città democratica con dinamiche specifiche molto diverse da quelle italiane;

– teme che l’entusiasmo per Mamdani sia una scorciatoia cognitiva, oltre che politica, che evita il confronto con i limiti strutturali della sinistra italiana;

-punta su riforme graduali, dialogo con le forze politiche moderate e radicamento istituzionale.

Epifenomeni e fuga dall’Europa.

La sinistra radicale italiana tende a confrontarsi con il mondo attraverso gli epifenomeni: eventi simbolici, figure carismatiche, vittorie locali che vengono elevate a paradigma universale. In questo schema, Mamdani diventa più un’icona che un caso politico concreto. La realtà effettuale — fatta di rapporti di forza, crisi organizzativa, difficoltà nel radicamento sociale — viene spesso bypassata in favore di una narrazione “immaginata”, dove ogni successo progressista all’estero è letto come conferma di una linea che in Italia fatica a tradursi in consenso.

Questa tendenza si accompagna a una rimozione dell’Europa e dell’europeismo. La sinistra radicale preferisce sorvolare l’Atlantico, evitando il confronto con il socialismo europeo e con il dibattito interno al Pse, dove si discute di riformismo, transizione ecologica, sicurezza sociale, compatibilità fiscale, difesa e sicurezza comune europea. Invece di misurarsi con le sfide continentali — dalla governance economica alla crisi migratoria, alla costruzione della deterrenza europea — si rifugia nel radicalismo americano, più narrativo che strutturale. È una fuga identitaria, che rivela la difficoltà di costruire una proposta politica credibile nel contesto italiano ed europeo.

Il grande rimosso: il neocapitalismo globalizzato e le sue contraddizioni.

Riparandosi sotto l’ombrello del radicalismo democratico alla Mamdani, la sinistra radicale evita di analizzare lo stato attuale del neocapitalismo e i suoi possibili sviluppi futuri. Manca una riflessione seria sulle trasformazioni del lavoro, sulla finanziarizzazione dell’economia, sulle nuove disuguaglianze digitali e ambientali. Invece di interrogarsi sulle contraddizioni sistemiche del capitalismo contemporaneo, si preferisce una narrazione moralistica e identitaria.

Questa rimozione – mi sia consentita questa comparazione di natura storica – è ancora più evidente se confrontata con la profondità del dibattito che animò la sinistra storica italiana, in particolare il PCI ma non solo, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. Allora, il confronto sul neocapitalismo — da Amendola a Ingrao, da Napolitano a Reichlin, da Giolitti a Ruffolo — fu il terreno su cui si costruirono proposte politiche alternative, capaci di leggere le trasformazioni della società industriale, il ruolo dello Stato, la nuova composizione di classe. Quel dibattito non si limitava alla denuncia, ma cercava di comprendere le dinamiche del capitale per orientare l’azione politica conseguente e costruire egemonia.

Oggi, invece, la sinistra radicale sembra rinunciare a questo sforzo analitico. Accecata dall’entusiasmo per Mamdani, non coglie nemmeno le paradossali analogie tra lui e Trump: entrambi esprimono una profonda ostilità verso il neoliberismo globalizzato, seppur da posizioni opposte;  entrambi parlano a un elettorato disilluso; entrambi rifiutano le élite tecnocratiche, il compromesso e la mediazione. Ma mentre Trump lo fa con un linguaggio imperiale, reazionario e nazionalista, Mamdani lo fa con un vocabolario progressista e comunitario e identitario. La sinistra radicale, cieca a questa convergenza tra opposti, perde l’occasione di interrogarsi sullo spazio politico che si apre tra il populismo di destra e il radicalismo di sinistra.

Un bivio strategico per la sinistra italiana.

La figura di Mamdani diventa così uno specchio deformante: riflette le aspirazioni e le paure di una sinistra italiana in cerca di identità. Da un lato, c’è chi vuole rompere con il passato e abbracciare una visione più radicale e movimentista. Dall’altro, chi teme che questo slancio possa alienare l’elettorato moderato e rendere la sinistra irrilevante sul piano governativo.

Come ha osservato il sociologo italiano, Cristopher Cepernich, “non siamo a Manhattan”. Ma proprio per questo, il dibattito su Mamdani può aiutare la sinistra italiana a interrogarsi su cosa significhi oggi essere progressisti: inseguire modelli esterni o costruire una proposta coerente con il contesto nazionale ed europeo?

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