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Spesa pubblica: non conta quanto, ma come

Fabrizio Macrì venerdì 2 Novembre 2018
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di Fabrizio Macrì

 

Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni su temi economici si è affermata, diventando quasi senso comune universalmente accettato, l’opinione secondo la quale l’Italia possa uscire dalla trappola del debito, mettendo in atto politiche fiscali espansive e cioè aumentando di fatto la spesa pubblica ed uscendo dalla spirale recessiva indotta dalle politiche di austerity. Più spesa pubblica aumenta il denominatore della frazione tra debito e PIL ed il rapporto diminuisce.

Nell’affermare questa teoria si cita anche Keynes, illustre economista vissuto a cavallo tra il 19esimo ed il 20esimo secolo, che riteneva che lo Stato dovesse giocare un ruolo attivo e anticiclico compensando con iniezioni di spesa pubblica le fasi calanti del reddito e della domanda aggregata.

Questa impostazione, spesso usata in modo semplicistico e demagogico prescinde da tre dati di fatto:

 

1. La spesa pubblica italiana sul PIL è al di sopra della media europea

non è vero che l’Italia venga da anni di austerity e cioè di draconiani tagli alla spesa; la spesa pubblica italiana sul PIL è al di sopra della media europea paragonabile (Austria e Svezia) se non superiore (Olanda e Germania) a quella di paesi in cui qualità e quantità dei servizi pubblici sono nettamente superiori alle nostre.

Il rapporto tra spesa pubblica e PIL da noi è del 51% mentre in Germania è del 47%. Lo stesso dato è applicabile anche al tema delle pensioni. Non è vero che la percentuale degli italiani ultrasessantenni costretti a lavorare sia sproporzionata e che quindi tolga lavoro ai giovani: in Paesi come Germania, Svizzera, Austria e Nord-Europa, dove i tassi di occupazione giovanile sono superiori ai nostri (ci vuole poco), la percentuale degli ultrasessanteni al lavoro è compresa tra il 60 ed il 70% mentre in Italia è del 52% contro una media europea del 57%. Tra il 2005 ed il 2014, in anni di presunta austerity, la spesa pubblica pro-capite è cresciuta di 1600 euro mentre il reddito cresceva della metà. Il contrario di quanto affermato dalla teoria del moltiplicatore di Keynes che sostiene che gli effetti sul reddito degli aumenti di spesa pubblica sono più che proporzionali. Non credo si sbagli Keynes ma i suoi odierni sedicenti sostenitori.

 

2. La spesa pubblica italiana è largamente inefficiente e improduttiva

La spesa pubblica italiana è largamente inefficiente ed improduttiva. In una situazione come la nostra in cui il reddito prodotto dall’economia privata è sceso dagli anni 90 ad oggi dal 50% al 45% del PIL ed in cui la spesa pubblica incide per più della metà sul reddito complessivo, non è lecito aspettarsi tassi di crescita elevati perchè sostanzialmente più della metà dell’economia non è sottoposta a concorrenza e non è stimolata ad aumentare efficienza, produttività e resa della propria forza lavoro. Questo sarà tanto più vero in un paese come il nostro affetto dal diffuso cancro del clientelismo e della corruzione. Inoltre maggiore è la quota pubblica dell’economia e maggiore sarà il carico fiscale sulla parte privata che deve sostanzialmente lavorare per mantenerla, usufruisce di servizi pubblici largamente al di sotto del valore della spesa sostenuta per ottenerli, e non ha margini per investire in ricerca e sviluppo e aumenti della produttività reale. Nel contesto odierno di accresciuta concorrenza internazionale, in cui per sopravvivere devi competere, il fatto che la quota della nostra economia che compete si stia restringendo (nonostante il formidabile aumento dell’export) e quella che si protegge si stia allargando, non è una buona notizia.

 

3. Aumentare la spesa pubblica non basta

Il terzo aspetto riguarda l’allocazione della spesa pubblica e cioè in che modo viene utilizzata l’eventuale spesa pubblica aggiuntiva. Aumentare la spesa pubblica e basta, come gli ultimi anni e le cifre sopra elencate dimostrano, può non avere effetti sul reddito, ma tramite l’aumentato carico fiscale sulle imprese, rischia addirittura di avere effetti recessivi ed «anti-keynesiani».

 

Se si decidesse quindi di avviare una fase espansiva, con forti iniezioni di Spesa Pubblica, bisognerebbe partire dall’identificare le priorità strategiche del Paese. Nel caso italiano, a mio modo di vedere, le due priorità coincidono con i punti di tenuta del Sistema Italia, ovvero dai presupposti della nostra sopravvivenza nella globalizzazone:

  • formazione;
  • industria.

 

Come funziona la spesa pubblica

La Spesa Pubblica si compone di diverse voci.

In una situazione di forte indebitamento, scarsa occupazione, scarsa produttività e domanda interna stagnante come la nostra, gli sforzi si dovrebbero concentrare sull’obiettivo di riavviare la macchina, soprattutto manifatturiera, del secondo paese industriale d’Europa, non quindi sulla spesa corrente (necessaria per il normale funzionamento dello Stato) né sulle spese ordinarie (stipendi della PA e pensioni) ma sulle spese produttive (cioè sugli investimenti pubblici, per esempio in infrastrutture) direttamente connesse alla crescita dell’attività delle imprese e quindi indirettamente connesse all’aumento dell’occupazione reale.

In questa logica potrebbero rientrare anche delle defiscalizzazioni mirate sugli investimenti privati e riduzione del cuneo fiscale, concentrandosi sui settori produttivi a più alto tasso di crescita e con un maggiore mercato potenziale in proiezione futura. Le risorse residue potrebbero essere utilizzate per rendere partecipi il più alto numero di imprese alla crescita della domanda globale, con mirate politiche sull’internazionalizzazione.

Un aumento invece della Spesa Pubblica, teso ad aumentare sussidi e pensioni minime, è meritorio dal punto di vista morale ed ha anche una sua logica economica, perché destinato a sostenere i consumi, ma rischia di disincentivare i beneficiari dei sussidi a cercare un lavoro vero.

Inoltre il suo impatto sulla domanda non è dirompente come un intervento sugli investimenti, non ha effetti diretti sul mercato del lavoro e sulla produttività delle aziende e soprattutto non porta benefici permanenti e strutturali al Sistema Paese, non essendo direttamente connesso alla competitività della sua offerta: in due parole «domanda sprecata».

Per non parlare degli effetti che un aumento della Spesa, che non abbia effetti sulla nostra competitività e quindi sulla nostra capacità di far crescere il reddito, può avere sulla nostra credibilità nei confronti dei nostri creditori nazionali e internazionali. Il rischio di aumento dello spread e cioè di aumento dei rendimenti sui nostri titoli di Stato, affinché questi continuino ad essere acquistati sui mercati, nonostante il rischio Paese, è molto alto e genera una spesa per interessi sul debito che sottrae risorse al Governo per fare altro.

Tutto quindi ci induce a pensare che qualsiasi mossa nel senso di un aumento sostanziale del deficit andrebbe fatta non inveendo contro l’Europa ed i mercati, ma d’accordo almeno con i nostri maggiori partner europei, a fronte di un piano chiaro di investimenti produttivi e aumento dell’efficienza della spesa che ci renda credibili.

 

La spesa pubblica italiana è allocata male

Da un recente studio dell’Istituto Bruno Leoni, che mette a confronto la spesa pubblica di Italia e Germania, emerge che la nostra spesa, oltre ad essere nettamente superiore rispetto al PIL di quella tedesca (51% a fronte del 47% tedesco), è allocata anche male visto che spendiamo ad esempio tra il 20 ed il 40% in meno per l’istruzione. Lo stesso studio rivela che questa maggiore spesa e questa sua cattiva allocazione incidono tanto negativamente sulla nostra credibilità, come pagatori di chi ci presta i soldi per il nostro debito, che il Paese paga annualmente in termini di rendimenti sui titoli di stato 45 miliardi in più della Germania: il 2,9% del PIL, 2 manovre finanziarie, circa 5 redditi di cittadinanza.

Il “quanto” conta insomma, ma è sul “come” che dovremmo concentrarci.

 

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