di Marco Campione
Il mio giudizio in breve è che siamo alla manovra del “vorrei ma non posso”.
Il giudizio meno sintetico ma più competente che mi sento di fare mio è invece quello che ha dato in una intervista a L’Altravoce -il quotidiano diretto da Alessandro Barbano- il Prof. Guido Tabellini, vicepresidente della Università Bocconi, della quale è stato anche Rettore:
«Sicuramente aver confermato il rientro del disavanzo nell’ambito dei parametri richiesti dall’Europa è un risultato importante e non era scontato. Per il resto, è una manovra abbastanza priva di ambizione, il cui merito principale è quello di non avere ceduto alle richieste di chi chiedeva più rilassatezza sulle pensioni, sugli sconti fiscali, cosa che era difficile fare senza trovare delle coperture, quindi il merito principale è questo, non ce ne sono altri». E ancora: «Non c’è un impulso sulla crescita e non c’è un tentativo di fare di più per aiutare il nostro sistema produttivo ad adattarsi alla rivoluzione che sta arrivando».
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Di seguito una prima analisi, un po’ più analitica, sui contenuti della manovra per come sono stati riassunti, a grandi linee, dai giornali. Da prendere con un po’ di cautela però perché il diavolo si nasconde proprio nei dettagli. Mi scuso in anticipo per le eventuali imprecisioni.
Qua e là troverete anche qualche proposta su cosa manca, in particolare sulla scuola che è il tema che frequento di più.
Non sarò breve, ma le cose da dire non sono poche.
1-Riduzione IRPEF per i redditi tra 28 mila e 200 mila euro annui.
Si abbassa da 35% a 33% la aliquota del secondo scaglione (da 28k a 50k) con un impatto (anche se progressivamente inferiore) anche per i redditi superiori a 50k e con un tetto a 200k. Tetto significa che chi guadagna più di 200k continuerà a vedersi applicato il 35% anche per la quota di reddito che rientra nel secondo scaglione.
Vale al massimo 440 euro annui (36 euro al mese) e il Corriere ha calcolato che per un reddito di 30 mila euro lordi, il risparmio sarebbe di circa 40 euro l’anno, pari a poco più di 3 euro al mese.
Costa 2,7 miliardi all’anno. Forse potevano essere investiti in qualcosa con un maggiore impatto per la vita delle famiglie. Per esempio per raccogliere la proposta avanzata da Marco Leonardi sul Foglio qualche giorno fa e della quale ho scritto anche qui: agganciare all’inflazione le soglie ISEE alle quali è legato l’accesso a numerosi sostegni di welfare locale (dai libri di testo al trasporto pubblico, passando per i nidi di infanzia e le prestazioni sanitarie).
2-Fiat tax al 5% sugli incrementi di stipendio dovuti al rinnovo dei contratti collettivi (CCNL) nel settore privato. Detassati anche i premi di produttività da 3% a 1%
Costa circa 2 miliardi l’anno.
Aspetto positivo: è un incentivo al rinnovo dei contratti e ai premi di produttività (che spesso stanno nella contrattazione decentrata)
Aspetti negativi:
a) è una tassa piatta e quindi riduce la progressività della tassazione, confermando una tendenza che ormai riguarda la qualunque (dagli affitti alle nuove partite IVA)
Come ha scritto il Prof. Leonardi sul Foglio del 17 ottobre: «È l’ultima spiaggia di chi non sa più come compensare con il fisco una contrattazione collettiva che non ha tenuto il passo dell’inflazione. Per il governo è il modo per cercare di accontentare i sindacati ma rappresenta anche il cavallo di Troia per estendere il principio della flat tax al lavoro dipendente.»
b) esclude i dipendenti pubblici.
Anche su questo ci vengono in soccorso le parole del Prof. Tabellini nell’intervista richiamata in principio.
Tabellini parte da una constatazione che personalmente ho fatto molte volte anche io, occupandomi di scuola: «i dipendenti pubblici sono pagati allo stesso modo al Nord e al Sud, il costo della vita nelle città di provincia meridionali è probabilmente meno della metà rispetto alle grandi città del Nord.». La proposta: «Una differenziazione del salario pubblico in base al costo della vita sarebbe equa oltre che efficiente dal punto di vista economico».
Nella scuola questo si traduce non solo in una ingiustizia (“fare parti eguali tra diseguali…”), ma anche in una crescente difficoltà a reclutare docenti nel nord del paese (stesso discorso si può fare per medici e infermieri).
c) 2 miliardi sono un sacco di soldi.
3-Sostegno al reddito e alle famiglie: esclusione dal calcolo ISEE la prima casa (fino a 100k€ di valore catastale, circa 300-400k€ di valore di mercato); bonus casa per genitori separati; proroga bonus ristrutturazione casa (50% per la prima, 36% per le altre); bonus mamme lavoratrici con due o più figli e reddito annuo fino a 40k€ (proroga e incremento di 40-60 euro mensili); proroga carta “dedicata a te” per la spesa quotidiana a famiglie a basso reddito (nel 2024 erano 500 euro)
Costo complessivo: circa 1,6 miliardi annui
Sull’Isee l’intervento rischia di essere mal centrato perché si limita a allargare la platea e -in assenza di una revisione del catasto- lo fa con una modalità che rischia di penalizzare chi ha più bisogno. Le altre misure sono pannicelli caldi. Mancherebbe qualsiasi intervento volto a mitigare l’impatto di spese delle famiglie che troppo spesso vengono trascurate. Penso ad esempio ai libri di testo, per i quali andrebbe aumentata la platea dei beneficiari del cosiddetto bonus libri e/o della deducibilità.
4-Pensioni: incremento di 20 €/mese delle pensioni minime e blocco aumento età pensionabile.
Costo complessivo: circa 450 milioni annui
“Abbiamo aumentato le pensioni minime” è evidentemente solo un titolo di giornale, mentre congelare gli aumenti dell’età pensionabile ha due controindicazioni evidenti:
a) “qualunque intervento noi facciamo sulle pensioni va giudicato non tanto per l’impatto che ha sui conti dell’anno in corso, ma per quello che ha sul futuro più lontano” (è di nuovo il Prof. Tabellini a parlare)
b) il rischio che successivamente gli incrementi dell’età pensionabile siano molto repentini e quindi dolorosi (do you remember lo “scalone” di Maroni e gli “esodati” di Fornero? I nodi prima o poi vengono al pettine).
In conclusione, forse sarebbe stato meglio non toccare l’età pensionabile e concentrare le (poche) risorse dedicate alle pensioni solo su quelle minime.
5. Fondo sanitario nazionale
2,4 miliardi in più nel 2026 portando così il Fondo sanitario nazionale -con i fondi già stanziati dalla manovra dell’anno scorso- a sfiorare i 143 miliardi. Sembra una cifra importante ma copre a malapena il fabbisogno stimato. Il Rapporto GIMBE indicava un fabbisogno per il 2025 pari a 230 miliardi di euro. Le spese per la sanità sono in continuo aumento per l’invecchiamento della popolazione (servono più strutture, più macchinari e più personale) e per l’aumento dei costi dovuto all’inflazione.
Come ha dichiarato recentemente l’ex ministro Rosi Bindi, «Siamo al minimo storico dell’investimento pubblico». Quando si parla di Fondo sanitario nazionale, non dobbiamo guardare alla cifra assoluta che viene impegnata, ma alla percentuale sul PIL.
6-Transizione 5.0 va in soffitta, torna Industria 4.0
Il governo prende atto che Transizione 5.0 ha fallito e che la fretta di cancellare uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi è stata cattiva consigliera: la gatta frettolosa…
Ora si prova a rimediare con 4 miliardi di nuovi fondi, rimettendo la marcia indietro e tornando alle misure di Industria 4.0 che invece funzionavano: iper e super-ammortamento (sgravi fiscali per le imprese che comprano nuovi macchinari o attrezzature), Sabatini (accesso al credito per l’acquisto di beni strumentali nuovi), ZES (zone economiche speciali dove valgono particolari agevolazioni fiscali). Queste risorse vengono per lo più dalla rimodulazione del PNRR, quindi si spera che la Commissione europea non abbia nulla da ridire (vedi sotto il capitolo delle entrate)
7-Quinta rottamazione. Chi ha cartelle esattoriali di prima del 2023 potrà mettersi in regola pagando gli arretrati in rate mensili per 9 anni, con gli interessi e senza sanzioni.
Ho letto che è già partita la solita litania sul fatto che “si aiutano gli evasori”. La misura non mi entusiasma, ma per onestà intellettuale (e per corretta informazione) è giusto ricordare che la rottamazione riguarda cartelle emesse verso contribuenti che hanno presentato correttamente la propria dichiarazione dei redditi; non sono quindi evasori in senso proprio (non hanno residenze fittizie e non hanno nascosto al fisco i soldi dell’eredità della nonna). Sono persone che non avevano la liquidità sufficiente per pagare quanto dovuto. In un mondo ideale non dovrebbe succedere ma nel mondo reale lo Stato fa bene a “fare cassa, consentendo la rateizzazione di quanto dovuto e il pagamento degli interessi con un vantaggio per entrambe le parti coinvolte.
Fin qui gli investimenti previsti, e sul fronte delle entrate?
– 4,3 miliardi dal settore finanziario e assicurativo (quello che la Lega chiama “contributo doveroso” da parte delle banche e Forza Italia ha sempre osteggiato).
Aumento dell’IRAP
Rinvio delle cosiddette DTA (deferred tax assets) ovvero crediti fiscali che le banche hanno nei confronti dello Stato. Ha scritto Il Post in uno dei suoi iconici “spiegoni”: «Sono una sorta di sconto sulle tasse, e già nel 2023 il governo chiese alle banche di rinviarne la riscossione. In questo senso sta replicando lo stesso anticipo di liquidità di allora: non è una vera tassa perché il governo rinvia solamente il momento in cui dovrà concedere il credito fiscale.»
Rinnovo della cosiddetta tassa sugli extra-profitti, con possibilità di svincolare le risorse accantonate l’anno scorso per distribuire dividendi agli azionisti pagando (le banche) una aliquota più bassa del 40% attualmente previsto; lo Stato incasserebbe anche le tasse che gli azionisti dovrebbero pagare sui dividendi che riceveranno.
Vedo diverse criticità: sono risorse abbastanza ipotetiche che se non dovessero concretizzarsi andranno a aumentare il disavanzo del bilancio dello Stato e se si concretizzano possono determinare una stretta sul credito a imprese e famiglie e quindi meno crescita e meno risorse per investimenti, innovazione e salari. Speriamo bene.
– 5 miliardi dalla rimodulazione del PNRR.
Di nuovo dallo “spiegone” del Post: «il governo è stato molto vago: ci si immagina che questi soldi derivino da spese inferiori del previsto, e che quindi liberano risorse per la legge di bilancio […], ma le trattative non sono ancora concluse».
– 2,3 miliardi da risparmi delle spese dei ministeri
I “tagli orizzontali” o “tagli lineari” delle manovre finanziarie lacrime e sangue di un tempo e che non si sa ancora quali effetti produrranno esattamente
– 3,4 miliardi di “Altri aumenti di entrate”, cioè aumenti di tasse
Non ci sono dettagli, ma Giorgetti in conferenza stampa ha parlato di aumenti delle accise su carburanti e sigarette. Per i carburanti Giorgetti ha detto che aumentano le accise “approfittando di una situazione dei prezzi di mercato degli oli particolarmente depressa”. In altri termini ha confessato candidamente che aumentano le accise quando il prezzo del greggio scende, così il consumatore non se ne accorge.
Sono lontani i tempi di Giorgia Meloni che fa i video su TikTok per lamentarsi del prezzo della benzina e promettere la eliminazione delle accise…
Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version
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