di Alberto Bianchi
Il testo virgolettato, che apre questo commento, è la nota stampa della Segretaria del Pd, on. Elly Schlein, sulle violenze esercitate dagli antagonisti a Torino:
“Quelle che giungono da Torino sono immagini inqualificabili di una violenza inaccettabile. La solidarietà mia e di tutto il Partito democratico va agli agenti delle Forze dell’Ordine e ai giornalisti colpiti e alla città di Torino, che hanno subito un’aggressione delinquenziale da parte di frange violente organizzate e a volto coperto. La nostra condanna della violenza è, come sempre, la più ferma e auspichiamo che gli aggressori vengano individuati al più presto.”
È su tale nota che concentro la mia riflessione: sono un cittadino ed elettore che si colloca nell’orizzonte di pensiero e politico della sinistra ed è da questo punto di osservazione che valuto la politica italiana nel suo complesso e la condizione dell’Italia.
Dunque, il commento della Segretaria del Partito Democratico, on. Elly Schlein, sulla violenza esercitata dagli antagonisti contro le forze dell’ordine, contiene una condanna doverosa e una solidarietà che nessuno metterebbe in discussione. Tuttavia, ciò che colpisce è ciò che nella nota non viene detto.
La nota, difatti, omette completamente il contesto dell’azione di guerriglia messa in atto dai contestatori: la decisione dello Stato di procedere allo sgombero e alla chiusura del centro Askatasuna, un atto pienamente legittimo, legale e coerente con le prerogative dell’autorità pubblica. Ignorare questo elemento significa rimuovere la cornice fattuale entro cui si collocano gli eventi, come se la violenza fosse sorta nel vuoto, senza un rapporto diretto con un provvedimento dello Stato che, piaccia o meno, rientra nella fisiologia dell’ordinamento democratico.
Limitarsi a esprimere vicinanza alle forze dell’ordine — vicinanza che è il minimo sindacale per chiunque riconosca il ruolo dello Stato — senza neppure menzionare la legittimità dell’azione istituzionale, contro la quale gli antagonisti hanno scatenato la protesta violenta, rischia di trasmettere un messaggio ambiguo, con l’effetto consequenziale di disconoscere che esiste un principio di legalità che non può essere oscurato per ragioni di convenienza o prudenza comunicativa.
Quando una forza politica che ambisce a rappresentare una cultura istituzionale e di governo evita di nominare l’azione dello Stato contro la quale gli antagonisti si sono violentemente scagliati, finisce per indebolire proprio quella cultura istituzionale che dovrebbe difendere. Perché la credibilità delle istituzioni non si tutela solo condannando la violenza — cosa ovvia — ma anche riconoscendo la legittimità delle decisioni pubbliche che quella violenza ha inteso contestare con modalità inaccettabili.
In questo senso, la mancanza di un riferimento esplicito allo sgombero di Askatasuna non è un dettaglio: è il segnale di un imbarazzo politico che rischia di tradursi in una rinuncia a esercitare pienamente una funzione pedagogica e culturale nei confronti dell’opinione pubblica. E quando si rinuncia a questo ruolo, si perde qualcosa di essenziale: la capacità di parlare il linguaggio delle istituzioni, non solo quello della contingenza politica.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.