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Carl Schmitt e la minaccia delle autocrazie

Alberto Bianchi domenica 18 Gennaio 2026
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di Alberto Bianchi

 

Nel patrimonio del pensiero occidentale ci sono degli autori che ritornano ciclicamente, come se la storia stessa li richiamasse quando le sue faglie si riaprono. Alcuni tra essi si collocano tra le grandi famiglie del liberalismo, del socialismo democratico, del popolarismo contemporanei. Altri, invece – pur radicalmente lontani dagli ideali liberali e democratici e, dunque, portatori di istanze non compatibili con i fondamenti delle moderne società aperte dell’Occidente – hanno però la capacità, talvolta inquietante, di cogliere le strutture profonde che il potere e l’ordine politico assumono nei regimi autocratici e illiberali. In tal caso, sono pensatori dai quali non si possono certo trarre soluzioni politiche e vie normative da seguire: non si consultano per imitazione, ma per decifrare specifici soggetti e fenomeni della storia.

Tra questa seconda schiera di pensatori, Carl Schmitt occupa un posto singolare: autore problematico, controverso, radicalmente lontano dal liberalismo, ma dotato di una capacità analitica che diventa preziosa proprio quando le società aperte si trovano di fronte a forme di potere che non giocano secondo le loro regole. Il recente ritorno d’attenzione verso Schmitt – che si coglie in alcuni ambienti accademici e geopolitici italiani ed esteri – non è un capriccio intellettuale. Dovremmo chiederci, piuttosto, se non rappresenti una delle modalità cognitive per afferrare e decifrare più in profondità aspetti essenziali di ordinamenti del potere che, in determinati paesi, alterano profondamente le categorie politiche tradizionali di sovranità, sicurezza, legittimità, ordine internazionale; per penetrare contesti in cui regimi autocratici e illiberali, come la Russia di Vladimir Putin, operano secondo logiche che sfuggono ai paradigmi liberali classici. Per comprenderli, le democrazie hanno bisogno di strumenti concettuali capaci di descrivere il potere come esso è in quei contesti, e non come dovrebbe essere.

Schmitt, in questo senso, è un autore “crudele”, ma utile. Shakespeare, nell’Amleto, scrive: “I must be cruel, only to be kind” (“Devo essere crudele per essere utile”). È una frase che si adatta perfettamente al ruolo che Schmitt può svolgere oggi: non un maestro da seguire, ma un anatomista delle forme del potere illiberale e autocratico. Le sue categorie – la distinzione amico/nemico, la sovranità come decisione sullo stato d’eccezione, la critica al parlamentarismo, la geopolitica dei grandi spazi – non sono compatibili con un’ispirazione e una normatività liberali, ma sono straordinariamente efficaci per leggere i regimi che al liberalismo si oppongono ideologicamente e militarmente.

La Russia putiniana, con la costruzione del nemico interno ed esterno, la normalizzazione dello stato di eccezione, la concezione organica dello Stato e la rivendicazione di ricostituire la propria sfera d’influenza europea – già sovietica e, ancor prima, zarista – sembra muoversi secondo logiche che Schmitt aveva descritto con rigorosa precisione. Non perché Putin sia uno schmittiano, ma perché Schmitt ha colto dinamiche che emergono ogni volta che il potere si concentra, si personalizza e si esprime attraverso il conflitto basato sulla forza – interna ed esterna – piuttosto che attraverso il consenso.

Per questo le società aperte liberal-democratiche hanno bisogno di Schmitt: non per adottarne le soluzioni, ma per riconoscere le forme del potere illiberale che le vuole colpire; per capire come ragiona un regime che non crede nella neutralità delle istituzioni, che vede la politica come antagonismo assoluto, che considera la sovranità un atto di forza e non una procedura; per dotarsi di una grammatica (non è certo l’unica, ci mancherebbe altro) che permetta di leggere ciò che altrimenti apparirebbe opaco.

Il ritorno di Schmitt, dunque, non è un cedimento al pessimismo, ma un atto di realismo intellettuale. È il riconoscimento che, per difendere libertà e democrazia, bisogna anche saper guardare il mondo con gli occhi di chi le minaccia. E, paradossalmente, un pensatore illiberale, quale Carl Schmitt è stato nel suo tempo, può diventare uno strumento prezioso anche per chi vuole preservare e difendere le società aperte del nostro presente.

  1. Un racconto teorico: Schmitt come spettro della politica russa contemporanea.

Immaginiamo di osservare la Russia degli ultimi vent’anni come un grande teatro politico. Le luci si abbassano, il sipario si apre, e sul palco compare una figura che non è Putin, non è un ministro, non è un oligarca. È un’ombra: quella di Carl Schmitt. Non parla, non dirige, non ordina. Eppure, sembra che molte delle scene che si susseguono siano state scritte con il suo vocabolario.

  1. La decisione sovrana come atto fondativo.

Schmitt sosteneva che il sovrano si rivela davvero solo quando decide sullo stato d’eccezione. È un’idea dal fascino oscuro: il potere autentico non è quello che amministra la normalità, ma quello che sospende la normalità per salvarla.

Nella Russia putiniana, la politica dell’emergenza è diventata una grammatica stabile. Dagli attentati dei primi anni Duemila alla retorica di un Occidente aggressivo, fino alla gestione repressiva delle proteste interne, la narrazione dominante è che il Paese sia costantemente esposto a forze disgregatrici. In questo contesto, la figura del leader appare come colui che “decide” – schmittianamente – per preservare l’unità, anche a costo di comprimere libertà e pluralismo.

Non è necessario che Putin abbia letto Schmitt: è la logica stessa del potere autocratico centralizzato a evocare quella teoria. Schmitt, in fondo, descriveva un meccanismo, non un manuale.

  1. Amico e nemico: la politica come identità collettiva.

Schmitt riteneva che la distinzione amico/nemico fosse il cuore della politica. Non un capriccio, ma una struttura antropologica: i gruppi umani si definiscono anche, e talvolta soprattutto, attraverso ciò che li minaccia.

La Russia contemporanea ha costruito un’identità politica fortemente basata su questa dicotomia. L’Occidente è spesso rappresentato come un antagonista che vuole indebolire la Russia, infiltrarla, corromperla. Le ONG indipendenti diventano “agenti stranieri”, l’opposizione interna è sospettata di essere una proiezione del nemico esterno.

Questa narrazione non è un semplice strumento propagandistico: è un modo di organizzare il mondo politico. È schmittiana non perché citi Schmitt, ma perché opera secondo la sua logica.

  1. La critica al liberalismo come debolezza.

Schmitt vedeva nel liberalismo parlamentare un sistema incapace di decisione, paralizzato dal dibattito infinito, dalla mediazione, dalla ricerca del consenso. Sorprendente come Putin, nel colpire gli ordinamenti politici di libertà e democrazia che regnano nelle società aperte, usi oggi quasi gli stessi termini concettuali che impiegava Schmitt – nel periodo tra le due guerre mondiali del secolo scorso – nel criticare duramente il paradigma delle liberal-democrazie. La Russia putiniana, dunque, ha sviluppato un modello che si presenta come alternativa a quel paradigma: una “democrazia sovrana”, in cui il pluralismo è ammesso solo entro limiti angusti che non mettano in discussione l’unità del potere autocratico.

Un simulacro di parlamento esiste, simulacri di partiti esistono, simulacri di elezioni esistono. Ma la loro funzione è più quella di confermare che di contendere. È un sistema che privilegia la staticità sulla competizione, l’unità sulla pluralità. Anche qui, la somiglianza con Schmitt è strutturale, non intenzionale.

  1. Lo Stato come corpo organico.

Schmitt immaginava lo Stato come un’unità politica sostanziale, non come un’arena neutrale. La Russia putiniana ha costruito una narrativa in cui lo Stato è il custode dell’identità nazionale, il garante della continuità storica, il centro di gravità della società.

La storia russa – imperiale, sovietica, post-sovietica – viene reinterpretata come un unico flusso che converge nell’idea di una Russia forte, indivisa, minacciata da forze centrifughe. Il dissenso non è solo un’opinione diversa: è una potenziale frattura nell’organismo collettivo.

È un modo di concepire la politica che Schmitt avrebbe riconosciuto immediatamente.

  1. I “grandi spazi” e le sfere d’influenza.

Schmitt elaborò la teoria dei Grossräume, grandi spazi geopolitici dominati da una potenza guida che stabilisce le regole del gioco. Non un imperialismo classico, ma una forma di imperialismo regionale d’ordine.

La Russia post-sovietica ha spesso rivendicato una propria sfera d’influenza nello spazio ex URSS, opponendosi a quella che Mosca descrive come l’espansione aggressiva di istituzioni occidentali come Nato e Ue. La sua visione dell’ordine internazionale è basata su potenze regionali che difendono i propri “spazi storici” d’influenza.

Anche qui, la convergenza con Schmitt è sorprendente, pur senza implicare una derivazione diretta.

  1. Quando la stessa idea sulle sfere d’influenza cambia natura: liberalismo vs Schmitt.

È doveroso ricordare che sul tema delle sfere d’influenza esistono anche illustri pensatori liberali che ne sostengono non la naturalità ontologica come destino del mondo – questa è la visione di Schmitt – ma la pragmaticità storico-politica: una soluzione imperfetta in un mondo imperfetto, una forma consensuale – istituzionalizzata e a gerarchia “soft” – di compromesso e alleanza cooperativa tra Stati, per prevenire il disordine mondiale e la sopraffazione della forza sul diritto. È il caso della Nato e dell’Ue.

Il riferimento è a liberali che vanno da George Kennan a John Ikenberry, da Karl Deutsch a Robert Keohane. Ed è precisamente nel solco del migliore pensiero liberale in materia che, oggi, occorrerebbe costruire un’articolata ed istituzionalizzata sfera d’influenza di un’Europa potenza, che si estenda anche oltre il perimetro del continente europeo. In tal senso, un esempio è dato dall’accordo Mercosur tra Ue ed alcuni grandi paesi dell’America latina, il cui peso reale ed importanza vanno ben oltre l’economia e lo scambio commerciale. Così come vanno nella stessa direzione la reazione di alcuni tra i più importanti paesi europei contro le mire espansionistiche di Trump sulla Groenlandia e, in generale, la linea europea di difesa e sostegno all’Ucraina.

  1. Un’eco di Schmitt anche nell’America di Trump.

C’è, però, un’amarezza particolare che non si può nascondere: la constatazione che alcune categorie analitiche di Carl Schmitt, elaborate per descrivere le forme estreme illiberali del potere e del conflitto politico negli Stati autocratici, risultino riscontrabili anche in alcuni aspetti della vita pubblica statunitense dominata dalla presidenza Trump.

Non perché gli Stati Uniti si siano trasformati in un regime illiberale, ma perché il linguaggio della politica americana mostra, in certi momenti, tratti che Schmitt avrebbe riconosciuto: la polarizzazione radicale, la costruzione dell’avversario come nemico, l’idea di una sovranità che si manifesta soprattutto nell’eccezione e nella rottura delle convenzioni e degli equilibri costituzionali che Trump sta operando.

Ultimo, in ordine di temo, è l’attacco che Trump sta conducendo contro il Presidente della Fed (massima istituzione monetaria statunitense), J. Powell, definendolo letteralmente un “nemico”: riecco una terminologia molto cara a Schmitt.

È una constatazione che pesa, perché riguarda una democrazia che per decenni è stata considerata un modello di stabilità istituzionale interna e internazionale. Eppure, proprio questo rende più evidente quanto le categorie schmittiane, che descrivono le tensioni profonde del potere in regimi illiberali, possano riemergere anche dove meno ci si aspetterebbe, come segnali di un disagio politico che le società aperte non possono permettersi di ignorare.

  1. Una conclusione narrativa: Schmitt come chiave di lettura, non come ispiratore.

A questo punto, il sipario si chiude. L’ombra di Schmitt rimane sul palco, ma non come un autore occulto. Piuttosto come un osservatore che, se potesse parlare, direbbe: “Questo è esattamente il tipo di mondo politico che descrivevo”.

Il parallelismo tra Schmitt e Putin non è un giudizio morale né un’accusa di filiazione ideologica. È un modo per comprendere come certe forme di potere – centralizzate, identitarie, autocratiche – tendano a riprodurre dinamiche che Schmitt aveva teorizzato con lucidità e brutalità inquietanti.

Non si tratta di dire che la Russia putiniana “applica” Schmitt. Si tratta di riconoscere che Schmitt fornisce un linguaggio per interpretare ciò che vediamo: un sistema politico che si legittima attraverso l’emergenza, che costruisce identità attraverso il nemico, che diffida del pluralismo, che concepisce lo Stato come un’unità organica e che pensa la geopolitica in termini di grandi spazi imperialistici.

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