di Alberto Bianchi
Alcuni commentatori e osservatori di politica estera, leggendo l’intervento di Volodymyr Zelensky al Forum di Davos come un attacco all’Europa, cadono – a mio parere – in una svista interpretativa. Equivoco in cui si incorre se ci si limita a rapportare il suo discorso all’esito del bilaterale che, poco prima di intervenire al Forum, Zelensky ha avuto con il Presidente americano Donald Trump.
Ma è proprio questo il punto: quella chiave di lettura è troppo stretta. Per capire davvero che il senso del discorso del Presidente ucraino non è stato un attacco all’Europa, bensì qualcos’altro, occorre piuttosto metterlo in relazione con l’intervento del Primo ministro canadese Mark Carney. Solo così emerge una trama più ampia: due leader che, da angoli diversi del mondo, hanno descritto la stessa crisi globale. Altro che il solito narcisistico show di Trump.
Le due voci dominanti a Davos
Quest’anno, a Davos non sono stati i numeri dell’economia a dominare la scena, ma due voci che hanno raccontato un mondo che ha smesso di essere prevedibile. Carney e Zelensky, pur parlando da prospettive lontane, hanno finito per tracciare un’unica diagnosi: l’ordine internazionale che conoscevamo è finito e nessuno può più permettersi di ignorarlo.
Carney, con la calma analitica che lo contraddistingue, ha definito il nostro tempo una “rupture”, una rottura profonda dell’architettura globale. Le regole non bastano più e l’interdipendenza economica ha una doppia faccia: offre grandi opportunità di sviluppo e crescita per molti paesi, ma allo stesso tempo è un’arma di ricatto nelle mani delle superpotenze, mentre le “potenze medie” rischiano di essere schiacciate da giganti sempre più assertivi. È la fine della “piacevole finzione” di un mondo governato da norme condivise.
Zelensky, dal canto suo, ha portato sul palco la versione più cruda della stessa diagnosi. L’Europa, ha detto senza giri di parole, spesso è smarrita. Attende, spera, delega. E intanto la Russia continua a premere, approfittando di un continente che non ha ancora trovato il coraggio di diventare una potenza globale adulta. La guerra in Ucraina non è solo un conflitto regionale: è la prova generale di un mondo in cui la forza torna a dettare le regole.
Due toni diversi, un’unica conclusione: il vecchio ordine non c’è più e nessuno verrà a salvarci.
La parola chiave è responsabilità
Carney ha invitato le potenze medie a smettere di vivere di rendita. Se le regole non proteggono più, bisogna costruire nuove forme di cooperazione, nuove catene di sicurezza, nuove alleanze. E Zelensky, con la franchezza di chi non può permettersi illusioni, ha chiesto all’Europa di fare esattamente questo: assumersi la responsabilità della propria sicurezza.
Il messaggio dei due leader, in fondo, è stato identico: la sovranità non è un concetto astratto, ma la capacità di difendersi. E chi non la esercita, la perde.
La crisi dell’ordine liberale, vista da due lati del fronte
Carney ha fotografato la crisi dall’alto: la competizione tra grandi potenze, la fine del multilateralismo, il rischio che le superpotenze trasformino l’economia globale in un terreno di scontro da esse esclusivamente dominato. Zelensky l’ha raccontata dal basso: un continente europeo che è risultato impreparato o troppo lento di fronte ad alcune criticità internazionali, un’aggressione normalizzata, un’inerzia che rischia di diventare complicità.
È come se i due discorsi fossero capitoli dello stesso libro. Carney ha descritto la teoria, Zelensky ne ha mostrato le conseguenze. Insieme hanno composto un quadro chiaro: il mondo è cambiato e chi non cambia con esso resta indietro.
L’Europa deve smettere di essere un modello mercantilistico e diventare una potenza
Ed è qui che il Vecchio Continente entra in scena. Per trent’anni l’Europa ha coltivato un’identità mercantilistica e normativa: regole, mercato, diplomazia. Un modello che ha funzionato finché il mondo era disposto a giocare la stessa partita. Oggi non lo è più.
Se l’Europa vuole contare, deve trasformarsi. Non basta essere un laboratorio di norme: occorre diventare una potenza globale, con una capacità d’influenza istituzionalizzata, una postura multipolare, una voce politica riconoscibile e una difesa militare credibile unita ad una deterrenza efficace.
Non si tratta di rinnegare ciò che l’Europa è stata, ma di completarlo. Perché senza forza non c’è norma, senza autonomia non c’è politica, senza deterrenza non c’è pace.
Carney e Zelensky, da due angoli opposti del mondo, lanciano lo stesso avvertimento: cullarsi nelle illusioni è un suicidio. Per le potenze medie e per l’Europa, le scelte sono nelle nostre mani. Il tempo è adesso.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.