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di Giovanni Cominelli

 

Arriva il Natale, arriva il Presepe, almeno dal 25 Dicembre 1223, quando Francesco d’Assisi allestì a Greccio una rappresentazione vivente della Natività. Da allora, nelle forme più diverse e originali, si è diffuso in tutto il mondo cristiano. In questi ultimi anni, tuttavia, pare che esista sempre un Natale, ma non si sa di chi. Un Natale senza Natività. Da un asilo di Carate Brianza a una scuola di Reggio Emilia, ad una chiesa di Bruxelles non si intende più celebrare la nascita di un profeta ebreo, chiamato Gesù, i cui discepoli hanno fondato, dopo la sua tragica e prematura morte, una nuova religione, il Cristianesimo. Si preferisce far cantare a scuola o in chiesa “Imagine” – di cui un verso suona: “immagina che non esista religione! “ – di John Lennon piuttosto che “Tu scendi dalle stelle”… Perché? C’è il rischio di offendere gli Islamici.
Torniamo, dunque, alle radici.
Che significa Natale, prescindendo qui dalle controversie sulla cristianizzazione di una festa pagana e dal fatto che Gesù pare essere nato tra il 7 e il 4 a.C.?
La fede cristiana poggia su due pilastri: l’Incarnazione e la Resurrezione. Il Natale celebra la prima, la Pasqua la seconda. “Incarnazione” significa che Dio ha piantato la sua tenda nel nostro fango. “Resurrezione” significa che la morte non è l’ultima parola delle nostre brevi vite. Gesù il Cristo è il soggetto-persona di questo duplice movimento.
Lungo Duemila anni la sua figura è stata interpretata in modo diverso: l’“omoousios” della teologia trinitaria alessandrina, il “pantocrator” degli ortodossi, il “mediatore” della Scolastica, il Cristo storico e il Cristo della fede dei Protestanti, il Cristo-Re degli anni ’30 del ‘900, il Cristo della teologia biblico-esistenziale di H. U. Von Balthasar e di K. Rahner, la Cristosfera di Teilhard de Chardin, il Cristo-persona presente qui e ora di Ratzinger e di don Giussani, che si incarna ogni giorno e ogni giorno muore e risorge, così che il tempo presente è sempre una sfida di salvezza.
Solo un miliardo e quattrocento milioni di uomini condivide il Credo definito dal Concilio di Nicea nel 325 e completato da quello di Costantinopoli nel 381. I restanti 6 miliardi e 600 milioni di esseri umani no. Per quanto concerne noi abitanti dell’Occidente collettivo, ciò che conta è che questa Fede nel Cristo incarnato e risorto si è mescolata con la storia degli uomini, ha generato una Religione. Cioè: ha elaborato una filosofia dell’uomo, della morale individuale e dell’etica pubblica, della famiglia, della società, della storia e una pratica di letteratura, architettura, pittura, musica… Ha mosso la politica, ha creato Stati. Insomma: si è fatta popolo e popoli, ha costruito una civiltà.
Il Natale è questo: un evento di fede per i credenti e un evento storico-religioso per tutti. Nonostante la scristianizzazione dell’Europa, il Natale è la cifra di una civiltà, credenti o no che siamo.
Perché lo stiamo perdendo o rifiutando?
Per due ragioni. La prima è una drammatica ignoranza religiosa. La seconda è una cattiva idea del dialogo con altre religioni/civiltà.
Chi insegna la religione in Italia? La Chiesa e le Parrocchie non insegnano propriamente la religione, fanno catechesi, “insegnano” la fede nel Cristo. La fede: è una rivelazione personale, un insight che squarcia d’improvviso un mondo nuovo. L’insegnamento catechetico favorisce l’accensione di un lampo.
La religione, intesa come fede che diventa civilizzazione, si insegna a scuola. O si dovrebbe. Invece, vengono avanti da decenni generazioni drammaticamente ignoranti della storia del Cristianesimo, della storia della Chiesa, dei testi biblici e dei Padri della Chiesa. Ignorano che il Cristianesimo è lievito e impasto della nostra storia.
Quel che resta paradossale è che il personale addetto all’insegnamento della religione cattolica – l’IRC – sia scelto, in base al Concordato del 1984, proprio dall’Autorità ecclesiastica e pagato dallo Stato. Ed è altrettanto paradossale che questo “insegnamento di civiltà” non sia obbligatorio, come lo è quello della Storia, e che possa essere sostituito da un’ora alternativa, riempita di ogni tipo di cianfrusaglia, purché politically correct.

La seconda ragione è la cattiva idea di dialogo, praticata da credenti laici ed ecclesiastici e da non credenti illuministi “tolleranti”. Le fedi non possono dialogare, ciascuna dispone di propri dogmi, ciascuna rivendica una propria Rivelazione. Ma le Religioni sì, devono parlarsi, perché sono fedi che camminano insieme nella storia comune di tutti gli esseri umani. Il dialogo suppone che l’Uno e l’Altro abbiano posizioni diverse e che nessuno dei due pretenda di imporre all’altro la propria fede con la violenza. Il dialogo implica che ciascuno mantenga i propri dogmi di fede e che con l’altro definisca e contratti le conseguenze civili.

Ma se uno rinuncia alla propria fede-verità, rinuncia anche alla sua declinazione in civiltà. L’effetto è la sottomissione e l’apertura di un potenziale itinerario di violenza. L’ecumenismo debole e la tolleranza pelosa sono nemici del dialogo.

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