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Come si sfascia il diritto internazionale

Alessandro Maran domenica 18 Gennaio 2026
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di Alessandro Maran

 

L’estate scorsa, su Foreign Affairs, Oona Hathaway e Scott Shapiro ci avevano avvisato: il presidente Donald Trump “sta facendo a pezzi ciò che resta della norma contro l’uso della forza”. Non solo ha inviato l’esercito statunitense per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro, ma ha anche ribadito la minaccia di prendere la Groenlandia. Quello di Hathaway e Shapiro, tuttavia, è un articolo che consiglio di rileggere perché ci ricorda che la norma contro l’uso della forza è relativamente nuova. “Per secoli, prima della Prima Guerra Mondiale, la guerra è stata un mezzo legalmente riconosciuto attraverso il quale gli stati risolvevano le proprie controversie. Lo scoppio di un conflitto non costituiva una rottura dell’ordine internazionale: era l’ordine stesso” (https://www.foreignaffairs.com/…/might-unmakes-right…).
La Prima e la Seconda Guerra Mondiale hanno cambiato le cose, e l’articolo di Hathaway e Shapiro ci guida attraverso i passi compiuti dai leader del XX secolo per costruire un “ordinamento giuridico che ponesse gli strumenti economici al di sopra della forza militare per garantire la pace”. Nel farlo, chiariscono anche come tale ordine potrebbe sfasciarsi.
In Italia, si sa, sono in molti a sottovalutare il significato e le conseguenze dell’intervento militare russo in Ucraina (fin da quando, nel 2014, al cambio di regime causato da un movimento di protesta dal basso, la Russia ha risposto annettendo la Crimea e fomentando un movimento separatista nelle regioni orientali del paese). Eppure la guerra ha evidenziato che l’Ue e la Russia rappresentano modelli di integrazione politica ed economica – di più: due universi – che collidono. La Russia persegue una politica neo‑hobbesiana nutrita da una narrazione conservatrice: cerca di accreditarsi come custode dei valori della tradizione in contrasto con l’Occidente che si erge a baluardo dei diritti individuali. Ora anche la National Security Strategy, che segna un cambio di passo radicale nella politica estera degli Stati Uniti, prende di mira l’Europa e strizza l’occhio al Cremlino. Ma ciò significa il ritorno alla politica di potenza, alla condizione precedente alla seconda guerra mondiale, in cui, come ha scritto il Wall Street Journal, “il più forte si impone sul più debole e i despoti conquistano terreno”. Come si fa a non vedere che se il principio che ha mosso Putin – la supposta necessità di proteggere i diritti e l’incolumità della popolazione russofona – dovesse affermarsi come “normale”, la giostra è destinata a ripartire? Kaliningrad si chiamava Königsberg (la patria di Immanuel Kant), Pola è italiana. Dal nostro confine orientale a Mosca cambia lingua ogni venti chilometri. Ricominciamo daccapo? Il ritorno della vecchia storia nel cuore del continente preannuncia, come abbiamo già visto nella ex Jugoslavia, il ritorno della guerra come strumento ordinario della politica. Putin non è un attore tra i tanti, è uno spettro del passato.
Quanti vanno ripetendo che bisogna accettare il mondo “così com’è” non hanno idea di quanto il mondo possa essere pericoloso, di quanto velocemente le cose possano andare a catafascio; e fraintendono il ruolo fondamentale che ha avuto e ha, da decenni, l’America per impedire che il mondo ritorni al suo passato sanguinoso e violento e che “ricresca la giungla”. Fino al 1945 la storia dell’umanità è stata una lunga storia di guerra, di sopraffazione e di miseria. I momenti di pace sono stati fugaci, la democrazia così rara da sembrare quasi casuale e il benessere il lusso di pochi potenti. Va da sé che la nostra epoca non si è fatta mancare orrori, genocidi e vessazioni, ma dal punto di vista storico è una sorta di paradiso. Per noi, in particolare. Quell’ordine, ovviamente, gli americani non lo hanno costruito da soli, hanno collaborato con gli altri. Ma è stata l’abilità degli Stati Uniti, dopo la seconda guerra mondiale, a mettere fine ai conflitti nelle due zone più critiche del mondo: l’Europa e l’Asia orientale. Erano gli unici in grado di farlo. La loro posizione geografica, la loro ricchezza, il fatto di non doversi preoccupare degli attacchi dei vicini hanno permesso loro di dispiegare in modo permanente le loro truppe all’estero. Ovviamente gli errori non sono mancati. Senza dubbio, per fare un solo esempio, l’invasione dell’Iraq del 2003 ha avuto effetti devastanti sulla credibilità dell’ordine liberale e Vittorio Emanuele Parsi, nel suo “Titanic”, un saggio di qualche anno fa, ha criticato efficacemente la mutazione, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, dell’ordine internazionale liberale in ordine globale neoliberale. Ma è stato questo sforzo a creare le condizioni che, come Bob Kagan si affanna a ripetere, hanno permesso si realizzasse l’ordine «anomalo» nel quale siamo vissuti. E la trasformazione del Giappone e della Germania, che da potenze militari aggressive e dispotiche sono diventate potenze economiche pacifiche e democratiche, ha rappresentato forse la rivoluzione più significativa nelle relazioni internazionali, più ancora del confronto tra Stati Uniti e Unione sovietica nel corso della guerra fredda.
Sfortunatamente, gli Stati Uniti si stanno allontanando sempre di più da quello che finora era stato l’obiettivo tradizionale della loro politica estera. La nuova “strategia” trumpiana sull’Europa è diametralmente opposta a quella seguita sinora dagli Usa, impostata sulla cooperazione e l’alleanza tra l’America e l’Unione europea. Per l’America, l’Europa è una civiltà in erosione, segnata da migrazioni di massa incontrollate, crollo demografico, restrizioni alla libertà di parola e una burocrazia “sovranazionale” che, sempre secondo il presidente americano, mina la sovranità e la democrazia.
Questa settimana Francia, Regno Unito e diversi altri paesi europei hanno inviato truppe in Groenlandia nel tentativo di scongiurare l’acquisizione americana dell’isola, che fa parte del territorio della NATO. Le loro azioni riflettono la nuova realtà che Philip Gordon e Mara Karlin descrivono nell’ultimo numero della rivista: “I giorni in cui gli alleati potevano contare sugli Stati Uniti per mantenere l’ordine mondiale sono finiti”. Sebbene il rischio che Washington potesse abdicare al suo ruolo tradizionale sia aumentato costantemente nel corso degli anni, scrivono, “la maggior parte degli alleati degli Stati Uniti non si è mai veramente preparata” a questa possibilità. Ora tutti i partner dell’America stanno facendo i salti mortali per correre ai ripari. Rimando all’articolo di Gordon e Karlin, sia per la spiegazione del perché così tanti paesi non siano riusciti a elaborare un Piano B, sia per le proposte su cosa dovrebbero iniziare a fare ora (https://www.foreignaffairs.com/…/allies-after-america…).
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