di Pietro Giordano
La sua cultura cattolico-democratica e riformista è lontana tanto dal massimalismo quanto dall’identitarismo dell’attuale PD
C’era in David Sassoli una concezione della politica che oggi appare quasi estranea al dibattito pubblico italiano: l’idea che il conflitto sociale dovesse essere rappresentato e governato, non esibito; che la sinistra avesse il dovere di cambiare la realtà senza rompere il tessuto delle istituzioni; che la radicalità fosse una questione di obiettivi, non di toni. Una visione che aveva poco da spartire con l’attuale massimalismo del Partito Democratico e, più in profondità, con la cultura politica che oggi ne orienta la leadership.
Sassoli veniva da una storia precisa. Non solo dal giornalismo e dall’impegno europeo, ma da quella tradizione cattolico-democratica e popolare che ha segnato una parte decisiva della sinistra riformista italiana. Una cultura che teneva insieme giustizia sociale e responsabilità, diritti e doveri, solidarietà e mediazione. Non una sinistra identitaria, ma una sinistra “relazionale”, consapevole che la società è plurale e che il consenso si costruisce includendo, non delimitando confini simbolici.
Da presidente del Parlamento europeo, Sassoli ha incarnato questa impostazione in modo quasi esemplare. La sua autorevolezza non nasceva dalla contrapposizione, ma dalla capacità di rappresentare l’istituzione come luogo di sintesi tra differenze. Durante la pandemia rivendicò il ruolo dell’Europa non come entità astratta, ma come comunità politica responsabile della protezione delle persone, del lavoro, della dignità sociale. Non slogan, ma atti concreti; non posture ideologiche, ma scelte praticabili.
È qui che la distanza con l’attuale PD diventa evidente. Il massimalismo che attraversa oggi il partito – spesso alimentato più dal linguaggio che dalle proposte – appare lontano dalla lezione sassoliana. In Sassoli non c’era alcuna fascinazione per la radicalità fine a se stessa, né per la semplificazione binaria del “noi contro loro”. La sua era una cultura del limite, non come rinuncia, ma come consapevolezza: sapere fin dove si può spingere il cambiamento senza spezzare i legami democratici.
Ma la distanza non è solo sul piano dello stile politico. È, prima ancora, una distanza culturale. L’attuale segreteria del PD, guidata da Elly Schlein, si colloca esplicitamente fuori dall’alveo cattolico-democratico. Non per ostilità dichiarata, ma per una diversa grammatica politica: più identitaria, più movimentista, meno attenta alla mediazione istituzionale e alla dimensione comunitaria della democrazia. In questa impostazione, il riferimento alla tradizione popolare e sociale del cattolicesimo democratico appare marginale, quando non del tutto assente.
Per Sassoli, al contrario, quella tradizione non era un residuo del passato, ma una risorsa viva. Significava concepire il bene comune non come somma di rivendicazioni, ma come equilibrio dinamico tra interessi diversi; significava guardare ai diritti sociali non come bandiere identitarie, ma come strumenti di coesione; significava, soprattutto, riconoscere il valore delle istituzioni come luogo di composizione del conflitto.
Il PD di oggi sembra invece oscillare tra testimonianza morale e radicalizzazione del discorso pubblico, spesso a scapito di una reale capacità di governo. Sassoli sapeva che una sinistra che rinuncia alla cultura di governo, o che la considera un fastidio, finisce per regalare il campo agli avversari. Non perché manchino le idee, ma perché manca la credibilità di chi sa trasformarle in politiche pubbliche.
Questo non fa di Sassoli un moderato nel senso deteriore del termine. La sua posizione sui diritti, sul lavoro, sulla lotta alle disuguaglianze era netta. Ma era una nettezza che non urlava, che non cercava l’applauso immediato, che si misurava con la complessità. Una sinistra esigente con se stessa prima ancora che con gli altri.
Riflettere oggi sulla figura di David Sassoli significa allora porsi una domanda più profonda di una semplice collocazione interna al PD: esiste ancora, nella sinistra italiana, uno spazio per una cultura cattolico-democratica, popolare e riformista? O si è scelto definitivamente di abbandonare quella tradizione in nome di un’identità più semplice, più riconoscibile, ma anche più povera?
Sassoli, probabilmente, avrebbe risposto senza polemiche. Ma con una convinzione ferma: senza istituzioni forti, senza mediazione, senza una cultura del bene comune, la sinistra perde la sua ragione storica. Anche quando ha ragione.

Pietro Giordano è noto per il suo impegno nel movimento sindacale e nella tutela dei consumatori. Dopo la sua elezione in Presidenza nazionale della FUCI, ha iniziato la sua carriera nella CISL, ricoprendo ruoli di segretario generale provinciale e regionale nella Federazione dei braccianti, degli edili e nella FISASCAT (Federazione dei lavoratori del commercio, turismo e servizi) dove ha ricoperto la carica di Segretario Nazionale. È stato poi eletto Presidente Nazionale dell’Adiconsum, associazione dei consumatori fondata dalla Cisl. Attualmente ricopre la carica di Presidente Nazionale dell’associazione “Le Officine della Sostenibilità”.