di Alberto Bianchi
Ci sono momenti in cui la storia accelera, come se il tempo stesso si stancasse delle esitazioni umane. Davos, Roma, Parigi: tre luoghi diversi, tre episodi che compongono un’unica traiettoria. L’Europa, spinta dagli eventi e incalzata dalla minaccia militare e dalla guerra russa di Putin all’Ucraina da un lato, e dall’antieuropeismo estrattivo di Trump dall’altro, sta cercando di diventare una potenza adulta.
Il governo italiano, invece, fa fatica a decidere di seguirla senza ambiguità ed appare come una figura che avanza a strappi, ora ambiziosa, ora timorosa, ora desiderosa di contare in Europa, ora debole nel respingere l’antieuropeismo di Trump e Vance. Mentre la sinistra di opposizione si muove tra un pacifismo evanescente ed imbelle e il mutismo strategico del Partito Democratico.
Davos: il continente davanti alla realtà
A Davos, Mark Carney e Volodymyr Zelensky hanno parlato con una sintonia che non nasce dal caso. Carney ha descritto un’Europa che deve imparare a proteggere la propria economia come si protegge un bene prezioso in tempi di tempesta. Zelensky ha ricordato che la libertà non è un ornamento, ma un bene fragile che richiede forza, lucidità e responsabilità. Le loro parole hanno avuto il tono di una sveglia: l’Europa non può più vivere di norme e buone intenzioni. Deve dotarsi di strumenti di potere, perché il mondo non aspetta chi indugia.
Roma: un asse possibile, un equilibrio instabile
A Roma, l’incontro tra Friedrich Merz e Giorgia Meloni è sembrato il tentativo di disegnare un nuovo baricentro politico per l’Europa. La Germania e l’Italia sembrano che aspirino a contare, provando ad immaginare una nuova governance capace di sostenere le riforme che il continente non può più rimandare. Eppure, dietro la cordialità e le foto di rito, si intravedeva una domanda sospesa che, per quanto attiene al nostro Paese, si può così formulare: l’Italia è davvero pronta a essere un pilastro della nuova Europa, o resta un Paese che oscilla tra ambizioni e incertezze? E la Germania, dal canto suo, è pronta al salto di status da potenza guida economica a potenza geopolitica? Il laboratorio romano promette molto, in tal senso, ma poggia ancora su fondamenta che devono a consolidarsi.
Parigi: la Francia assume il peso della storia
Per comprendere la nuova dottrina nucleare francese, sullo sfondo di un’Europa in tumulto, bisogna tornare alla dichiarazione di Northwood dell’estate 2025, quando Francia e Regno Unito riaffermarono la loro responsabilità diretta per una gestione unitaria della deterrenza nucleare europea: 290 testare atomiche francesi sui sottomarini e i caccia; 220 testate sui sommergibili britannici. Fu un gesto che ricordò al continente che la sicurezza non è un dono, ma un compito. Oggi Macron riprende quel filo e lo intreccia in una dottrina che guarda al mondo inquieto del nostro tempo: un’America più distante con forti pulsioni antieuropeiste, una Russia neoimperialista più aggressiva, una Cina più assertiva. La Francia, sola nell’Unione Europea a possedere l’arma estrema, si assume il peso della storia. E invita l’Unione ed il Regno Unito a fare altrettanto. È un invito che non ammette ambiguità.
Il governo Meloni: tra Trump e Bruxelles, un pendolo che non può durare
Ed è proprio sull’ambiguità che inciampa l’Italia. Il governo Meloni continua a oscillare tra la fascinazione politica e culturale per Donald Trump e la consapevolezza che il destino dell’Italia è legato all’Europa. È un equilibrio che non può reggere a lungo. Non si può parlare di sovranità europea mentre si coltiva un atlantismo identitario che appartiene a un’altra epoca e si conferma di volere mantenere il perverso vincolo del voto ad unanimità nel Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo. Non si può costruire una difesa comune mentre si guarda a Washington come a un faro imprescindibile, proprio mentre Washington guarda altrove. L’Italia è chiamata a una scelta adulta. E la storia non tollera esitazioni infinite.
La sinistra italiana: una voce che non trova più il proprio timbro
Se la destra esita, la sinistra è pacifista inerme o tace. Di fronte alla nuova Europa che prende forma – più dura, più consapevole, più esigente – la sinistra italiana appare come un’orchestra che ha smarrito lo spartito ed ogni suonatore segue una musica diversa e contrastante. Non sa parlare di Europa potenza senza imbarazzo, di industria civile e militare avanzata senza timore, di difesa senza sospetto. È rimasta prigioniera di un lessico che appartiene a un mondo che non esiste più. E il silenzio, in politica, pesa quanto un errore.
Mentre l’Europa discute di deterrenza convenzionale e nucleare, la sinistra italiana discute di simboli ed il Pd è privo di una visione geopolitica europea ed atlantica di lungo periodo. Mentre il continente ridefinisce la propria identità strategica, la sinistra si rifugia in un europeismo moraleggiante, incapace di misurarsi con il realismo e la durezza del presente.
Conclusione
Davos, Roma, Parigi: tre segnali di un continente che cambia. L’Italia, per non restare indietro, deve trovare il coraggio di scegliere. La nuova Europa non aspetterà chi resta sulla soglia, indeciso tra il passato che rassicura e il futuro che incalza.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.