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Ddl Delrio: se condannare l’antisemitismo diventa un problema, il problema è un altro

Marco Campione domenica 7 Dicembre 2025
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di Marco Campione

 

Da un paio di giorni si discute sui giornali e nelle aule del Senato di un disegno di legge presentato da Graziano Delrio e Simona Malpezzi recante “Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo e per il rafforzamento della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo nonché delega al Governo in materia di contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online”. (Atto Senato n. 1722).

A Delrio e Malpezzi -secondo quanto riportato dal sito del Senato- si sono aggiunti subito altri sei senatori del gruppo PD (tra i quali Alessandro Alfieri, Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi e Sandra Zampa) e successivamente anche Beatrice Lorenzin e Andrea Martella (quest’ultimo però secondo quanto riportato da Mario Lavia su Linkiesta ha ritirato la firma dopo la “scomunica” di Boccia).

Analoghi disegni di legge (alla Camera si chiamano progetti di legge, ma il concetto è lo stesso: una iniziativa legislativa di deputati o senatori) sono stati presentati anche da altri gruppi parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione. Al Senato il provvedimento è assegnato alla 1ª Commissione.

Cosa prevede il DDL Delrio-Malpezzi?

L’articolo 1 individua come “definizione operativa” di antisemitismo quella approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’O­locausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA).

In parole povere, si accoglie l’invito a adottare questa definizione che è stato rivolto dal Parlamento europeo agli Stati membri con la Risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo (n. 2017/2692 del 17 gennaio 2020).

L’articolo 2 conferisce al Governo la de­lega per disciplinare in modo organico il contrasto all’antisemitismo on line, determinando ii diritti degli utenti e gli obblighi delle piattaforme, nonché le modalità di in­ intervento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) al fine di rafforzare gli strumenti di contrasto previsti nella Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo.

In parole povere, la delega (quando sarà esercitata dal Governo, ci vorrà un po’ di tempo) assegnerà a AGCOM il compito di vigilare perché le piattaforme rimuovano contenuti antisemiti e si attrezzino per raccogliere le segnalazioni degli utenti.

L’articolo 3 integra la legge 240/2010 che disciplina l’autonomia universitaria al fine di rafforzare la tutela e la pro­mozione dell’esercizio della libertà della ri­cerca e di insegnamento in ambito universi­tario e nello svolgimento delle attività di collaborazione con studiosi e dipartimenti di altre università italiane e straniere.

In parole povere, vincola le università a non boicottare nessun ateneo italiano o straniero e a non censurare nessun ricercatore italiano o straniero.

L’articolo 4 dispone che presso l’organi­smo di vigilanza di ogni università sia indi­viduato un soggetto preposto all’attività di verifica e monitoraggio delle azioni per con­trastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.

L’articolo 5 prevede che le scuole comunichino annualmente al Mi­nistero dell’istruzione e del merito le azioni attuate per per contrastare i feno­meni di antisemitismo, in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale.

In parole povere, questi due articoli investono università e scuole della responsabilità di monitorare il fenomeno e rendicontare le azioni messe in atto per contrastarlo. E l’art. 4 è particolarmente importante per tutelare i ricercatori italiani. Con che coraggio si critica Trump per la censura verso le Università americane e poi si contesta chi in Italia prova a impedire che accada la stessa cosa con il pretesto di “boicottare Israele”?

Mi sembrano tutte cose sacrosante. Se proprio vogliamo trovare una ragione di critica è al fatto che queste disposizioni non siano ancora in una norma e che ci sia voluto un rigurgito di antisemitismo nelle scuole e nelle università italiane perché il legislatore pensasse di intervenire.

Cosa viene contestato a questa norma?

Per esempio Roberto Della Seta (uscito da PD nel 2013 per fondare Green Italia) in un articolo per il Manifesto ha accusato i promotori di voler equiparare l’antisemitismo alle critiche a Israele e al suo governo.

Sulla stessa lunghezza d’onda Angelo Bonelli, anche lui dei Verdi: «Se questo testo diventasse legge, chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele verrebbe definito antisemita e quindi sanzionato»

Entrambi ripropongono quindi l’obiezione che abbiamo sentito mille volte quando i Pro Pal erano accusati di antisemitismo.

A parte che Delrio e Malpezzi hanno più volte criticato Netanyahu e il suo governo, come ha acutamente osservato Piero Fassino, «stupisce che paventi rischi, peraltro infondati, chi in questi anni non ha mai detto una parola verso atti e parole con cui ogni giorno si è trasformata la legittima e giusta critica al governo Netanyahu in una colpevolizzazione dell’intera società israeliana e ancor peggio di ogni ebreo, ovunque viva nel mondo, considerandolo complice per il solo fatto di avere una identità ebraica.“.

E comunque, per perseguire i Pro Pal non serve una legge ad hoc, visto che fare irruzione in una redazione e devastarla oppure mettere a soqquadro una città sono reati già punibili a legislazione vigente: essere teppisti, vandali o squadristi non è una un’esclusiva degli antisemiti, purtroppo.

Tra l’altro proprio in queste ore anche la CEI in un suo documento per la Pace (cito da un lancio di agenzia) denuncia che è “drammaticamente cresciuto l’antisemitismo, che riprende antiche falsità contro gli ebrei e che viene oggi alimentato da una fallace identificazione della realtà ebraica con inaccettabili recenti pratiche dello Stato d’Israele” e accusa slogan e campagne politiche di favorire “attacchi violenti contro le rispettive comunità” (il documento si esprime al plurale perché denuncia anche l’islamofobia che “alimenta l’idea confusa di una minaccia di islamizzazione dei popoli europei o di una ‘sostituzione etnica’, per instillare nella quotidianità paura”).

Che questi argomenti pretestuosi li utilizzino per attaccare il PD esponenti dei Verdi europei e di AVS, cioè partiti che competono con il PD (AVS sarebbe coalizzato, ma su questo tornerò dopo) non fa tanto testo; a colpire è che gli attacchi vengano anche dal PD stesso. Per esempio il capogruppo Francesco Boccia ha prima chiesto a Delrio di ritirare il DDL e poi, dopo il suo rifiuto, ha ottenuto che alcuni senatori come Martella togliessero le loro firme.

A proposito del Sen. Martella, la tempistica è interessante: aggiunge la firma il 3 dicembre e la toglie poche ore dopo. Praticamente il Sen. Martella firma i DDL come il maestro Miyagi mette la cera.

Mi hanno colpito le parole che Boccia ha scelto di usare per bollare il DDL Delrio-Malpezzi: «Non rappresenta la posizione del gruppo né quella del partito». Ricordano tristemente le parole utilizzate da alcuni esponenti dei Giovani Democratici lombardi dopo che a Emanuele Fiano il Fronte della Gioventù Conunista aveva impedito di parlare a Ca’ Foscari. Paolo Romano, consigliere regionale PD eletto proprio grazie alla mobilitazione della giovanile dem, ha sostenuto che le posizioni di Fiano sono “minoritarie nel partito” e “riguardano una persona su cento, praticamente l’errore statistico”.

Ma torniamo al DDL, a chiarirne il contenuto sono l’eurodeputata Pina Picierno («Il testo non sanziona nessuno e non limita il dibattito, anzi, invita le università a essere luoghi di confronto libero; rende più efficace la rimozione di contenuti razzisti e d’odio già prevista dal Digital Service Act; richiama la definizione IHRA assunta dal Parlamento europeo e dal governo Conte nel 2020») e la stessa Sen. Malpezzi («nessun “controllore” viene inserito: semplicemente di tratta di una figura che, nell’ambito dei meccanismi già esistenti e previsti, consenta l’esercizio delle libertà democratiche e che gli ebrei non debbano nascondersi»).

Ma allora perché Boccia attacca e Schlein tace (e chi tace…)?

Mario Lavia su Linkiesta avanza l’ipotesi che sia “un modo obliquo per attaccare i riformisti del Pd”. “I ProPal di sinistra, aggiunge, evaporate le proteste su Gaza, arrotolati gli striscioni, conclusi gli scioperi landiniani, sono usciti dal letargo. E hanno trovato sponde nel gruppo dirigente del Pd.”.

Io voglio aggiungere una considerazione complementare. Complementare, non alternativa, perché “tutto si lega”, come diceva il linguista de Saussure (svizzero, come Elly Schlein)

I dem di rito ‘ellyco’ coccolano i Pro Pal e attaccano i riformisti un po’ per il vecchio riflesso pavloviano del “Pas d’ennemis à gauche”, retaggio nostalgico della tradizione comunista. Ma soprattutto per tenere insieme a ogni costo (“testardamente unitari”, ricordate?) il Campo largo.

Vedremo alle primarie se la rinuncia all’identità riformista e le altre che seguiranno alla bisogna basteranno per sconfiggere Conte; e alle elezioni politiche capiremo se -di rinuncia in rinuncia- resterà qualcosa degli elettori democratici e se quello che resta basterà quantomeno a sconfiggere Giorgia Meloni.

Nel frattempo spero che il DDL Delrio-Malpezzi o uno degli analoghi diventi quanto prima Legge dello Stato. Il mondo continua a girare a prescindere dai problemi interni del PD e del Campo largo e i ricercatori universitari vanno tutelati e il web ripulito dei contenuti antisemiti.

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