di Alberto Bianchi
In tempi segnati dalla guerra e dal dolore, la tentazione di semplificare le soluzioni è forte. Il riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina, da parte di singoli Stati europei o di blocchi regionali, appare a molti come un gesto di giustizia: un atto simbolico volto a riequilibrare un contesto e una narrazione dominati dalla legittima reazione militare israeliana al pogrom del 7 ottobre. Tuttavia, la diplomazia non si fonda su simboli: si regge su equilibri, processi e responsabilità. Proprio per questo, un riconoscimento unilaterale rischia di essere non solo inefficace, ma profondamente controproducente.
Gli Accordi di Oslo del 1993, pur imperfetti e oggi disattesi in non pochi punti, avevano stabilito un principio fondamentale: lo status finale dei territori palestinesi sarebbe stato definito attraverso negoziati bilaterali tra Israele e l’OLP. Quel principio non era un artificio giuridico, ma il fondamento di una legittimità reciproca. Stracciarlo oggi, in nome di atto simbolico di un’urgenza morale, significa abbandonare l’unico quadro negoziale che ha ricevuto un riconoscimento internazionale condiviso.
È utile ricordare che gli Accordi di Oslo – ancora formalmente vigenti – prevedono la suddivisione della Cisgiordania in tre aree: l’area A, sotto pieno controllo palestinese; l’area B, a controllo condiviso, con amministrazione civile palestinese e sicurezza israeliana; e l’area C, sotto pieno controllo israeliano. Questo assetto, concepito come temporaneo, dovrebbe restare in vigore fino alla nascita dello Stato palestinese, al termine di un processo negoziale con Israele. Gli Accordi di Oslo delineano dunque un percorso graduale verso una soluzione condivisa. Il riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina ignora questa architettura e rischia di compromettere il quadro negoziale previsto nel 1993 che – vale la pena ricordarlo a chi lo abbia dimenticato – spiega anche perché a tutt’oggi non vi sia un conflitto aperto in Cisgiordania.
Ordunque, nel contesto attuale, segnato dalla guerra in corso a Gaza, la scelta di riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina si rivela ancora più insidiosa. Hamas, tuttora presente a Gaza City – sebbene circondata dalle forze militari israeliane – è ormai oggetto di una richiesta trasversale da parte della comunità internazionale, inclusi molti Stati favorevoli al riconoscimento palestinese, che ne invocano la resa incondizionata, il totale disarmo e smantellamento e l’esclusione da qualsiasi ruolo di governo nel futuro assetto post-bellico della Striscia. La sua ideologia genocidaria, le sue azioni e la sua strategia del terrore sono del tutto incompatibili con qualsivoglia progetto statuale fondato sul diritto internazionale e sulla convivenza.
Eppure, in assenza di un’autorità palestinese unitaria, legittimata democraticamente e capace di esercitare il controllo su Gaza e Cisgiordania, il riconoscimento unilaterale rischia di generare un vuoto istituzionale che potrebbe essere colmato da attori meno desiderabili.
Vi è inoltre un rischio geopolitico non trascurabile: Israele si sentirebbe oggettivamente legittimata ad interpretare tale riconoscimento come una violazione degli accordi esistenti, aprendo la strada a ritorsioni, annessioni e ulteriori irrigidimenti. La diplomazia, lo sappiamo, si fonda sulla reciprocità. E ogni iniziativa unilaterale, per quanto animata da buone intenzioni, genera inevitabilmente una reazione.
La sola prospettiva realistica per superare l’attuale impasse, tenendo conto anche del conflitto in corso a Gaza, consisterebbe nell’avvio di un’intesa multilaterale – in armonia in parte con gli Accordi di Oslo – tra Stati Uniti, Israele, i più importanti Paesi Europei e i principali Paesi arabi. Tale accordo dovrebbe prevedere, una volta conclusa la guerra, l’affidamento temporaneo della gestione di Cisgiordania e Gaza a una coalizione araba, incaricata di stabilire un’amministrazione transitoria. Successivamente, questa struttura verrebbe gradualmente trasferita a una leadership palestinese legittimata, in grado di garantire stabilità e rappresentanza.
La vera sfida, oggi, non è proclamare uno Stato, ma costruirlo. E per riuscirci servono istituzioni credibili, leadership legittimate, rinuncia alla violenza, rispetto degli impegni internazionali e un processo graduale e strutturato. Solo in questo quadro, il riconoscimento dello Stato di Palestina potrà essere non un gesto simbolico né un’accelerazione pericolosa, ma un passo concreto verso la stabilizzazione dell’area.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.