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Elly Schlein, né profondità né pluralismo

Alberto Bianchi venerdì 30 Gennaio 2026
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di Alberto Bianchi

 

Com’è noto ai più, in ogni testo scritto – che si tratti di un articolo, un saggio, un’intervista o un componimento letterario – convivono quasi sempre due livelli di interpretazione. Il primo è il piano letterale: ciò che il testo dice esplicitamente, nelle parole che usa e nei contenuti che enuncia. Al di sotto di questo, però, c’è spesso un secondo livello, meno visibile: il piano allegorico. È il significato o contenuto che non viene dichiarato apertamente, ma che emerge come rimando, come sottotesto, come implicazione del primo. È un piano “nascosto” non perché segreto, ma perché non coincide con ciò che il testo afferma in superficie: lo trascende, lo completa, talvolta lo contraddice. Molti testi vivono proprio di questa duplicità: dicono una cosa e, al tempo stesso, ne comportano o suggeriscono un’altra.

L’intervista della Segretaria del Pd, Elly Schlein, al Corriere della Sera del 29 gennaio (https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_gennaio_29/schlein-intervista-stupri-niscemi-34a3eac4-a4f8-4b74-a956-6cb5c17a2xlk.shtml),  rientra esattamente in questa dinamica. Al di là delle affermazioni letterali, ciò che colpisce è il significato del nodo che, sul piano allegorico, esse lasciano intravedere senza che sia affrontato di petto: ovverosia, il problema irrisolto della concezione e della gestione del pluralismo nella vita interna del partito.

L’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera, dunque, offre un quadro che, più che chiarire la direzione politica del partito, ne mette in luce le contraddizioni non sciolte. È un testo che rivela una linea priva di profondità strategica, incapace di misurarsi efficacemente con le sfide del presente e, soprattutto, impermeabile a un confronto reale e serrato con le ragioni della componente minoritaria riformista del partito. Non è questione di sfumature interne: è la qualità della proposta politica complessiva che, oltre a risultare debole, è appesantita dalla mancata promozione e cura del confronto interno all’insegna del pluralismo culturale e politico che anima il Pd. Ma procediamo con ordine, secondo la struttura e i contenuti dell’intervista.

Un approccio emergenziale che sacrifica la strategia: la frana di Niscemi

Colpisce innanzitutto la leggerezza con cui la Segretaria propone di dirottare i fondi destinati al Ponte sullo Stretto per affrontare l’emergenza della frana di Niscemi. Si tratta di un’impostazione che confonde la necessità – indiscutibile – di intervenire rapidamente con l’idea che le emergenze possano essere gestite smontando pezzo per pezzo la programmazione infrastrutturale nazionale. Le grandi opere non sono un bancomat politico da cui prelevare a seconda delle contingenze. Sono scelte strategiche che richiedono coerenza, continuità e visione. Sottrarre risorse a un progetto di lungo periodo per tamponare un’urgenza significa rinunciare a una politica industriale e territoriale seria. È un metodo che non si può condividere, dannoso per il Paese.

Il referendum sulla giustizia  e la rinuncia al confronto di merito

L’intervista conferma poi un atteggiamento di chiusura rispetto a un confronto di merito sul quesito referendario relativo alla riforma dell’ordinamento giudiziario e alla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. La Segretaria ribadisce un No che appare più un gesto identitario che una valutazione di merito. Eppure, anche qui, la componente riformista ha portato argomenti solidi a sostegno del Sì, argomenti che non trovano alcun canale per un’iniziativa della Segreteria volta a promuovere un confronto interno in Direzione. Un partito che ambisce a governare non può permettersi di giudicare le proposte esclusivamente in base alla loro provenienza politica. Deve valutarle per ciò che sono, per gli effetti che producono, per la loro capacità – o incapacità – di rispondere ai bisogni del Paese. Il rifiuto di questo approccio impoverisce non solo il dibattito politico esterno al partito, ma anche interno ad esso, e indebolisce soprattutto la credibilità riformatrice del partito.

Antisemitismo, antisionismo e la rimozione di una tradizione storica

Ancora più problematica è la posizione espressa nell’intervista sulla distinzione tra antisemitismo e antisionismo. La Segretaria insiste su una separazione che rischia di trasformarsi in un alibi politico, mentre la proposta avanzata da Delrio – che non sposa quella distinzione – appare più solida e più coerente con la storia della sinistra, del Pd e del progressismo e socialismo europei.

C’è un punto, inoltre, che nell’intervista manca del tutto: il legame storico originario tra sionismo e socialdemocrazia. Il movimento sionista nacque e si sviluppò in larga parte dentro la cultura socialista europea; lo Stato di Israele fu costruito da forze politiche che si riconoscevano nella tradizione socialdemocratica; e per decenni la sinistra riformista europea ha considerato quel legame un elemento identitario, non un dettaglio. Il Pd, sin dalla sua fondazione, ha ereditato e reinterpretato questo patrimonio in forme nuove, moderne, inclusive. Ignorare questa tradizione significa indebolire il Pd e la sinistra e rinunciare a una lettura complessa e responsabile del presente. Su un tema così delicato, l’ambiguità non è un’opzione.

Il grande assente: una visione internazionale

Ma ciò che più sorprende nell’intervista è ciò che non c’è. Non una parola sulla situazione internazionale, sulle tensioni geopolitiche, sul ruolo dell’Europa, sulla necessità di costruire un’Unione capace di agire come soggetto di potenza globale, politica e militare. È un vuoto che pesa. In un mondo attraversato da conflitti, competizione tecnologica, crisi energetiche e trasformazioni dell’ordine globale, un partito del socialismo europeo non può limitarsi alla gestione del quotidiano.

Deve indicare una direzione, una strategia, un’idea di futuro europeo. L’assenza totale di questa dimensione rivela una grave insufficienza di visione da parte dell’attuale gruppo dirigente del Pd. Un partito che non cura e non sviluppa un proprio pensiero geopolitico, in raccordo e in armonia con la linea del Pse, è un partito che rinuncia a incidere sul destino dell’Europa e dell’Italia.

La questione del metodo: una Direzione che non si convoca per discutere la linea politica del partito

Infine, resta irrisolta la questione del metodo. La mancata convocazione della Direzione per discutere la linea politica del partito, alla luce di quanto sta avvenendo nel mondo e in Italia, è un fatto grave, che svuota gli organi del partito e riduce il confronto interno a un rituale senza sostanza. La minoranza riformista ha chiesto più volte un dibattito vero, non una ratifica formale di decisioni già prese. Un partito che non discute è un partito che si indebolisce. L’intervista  conferma che il problema resta del tutto aperto, anche se giunge in queste ore la decisione della segretaria Schlein di convocare la Direzione nazionale per i primi giorni di febbraio (finalmente ad un anno dalla precedente!). L’esigenza democratica di un confronto aperto e serrato all’interno del Pd si impone.

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