di Alberto Bianchi
L’intervista rilasciata da Dario Franceschini al Corriere della Sera (17/12), appena tre giorni dopo l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, si presenta come un manifesto del nuovo “Doroteo di Montepulciano” di Toscana – non un vino, attenzione, ma l’etichetta Doc con cui possiamo indicare, con ironica ed amichevole espressione, il Correntone democratico nato di recente nell’amena località toscana – che ambisce a cementare e guidare i nuovi equilibri interni di partito riunitisi intorno alla segreteria di Elly Schlein.
Naturalmente, Franceschini parla di unità del partito e della coalizione di sinistra, di rapporti con Conte, di immobilismo del governo di centrodestra e insiste sulla necessità di messaggi chiari e comprensibili per contrastare la destra e richiamare gli italiani all’urna.
Eppure, proprio qui si annida la sua debole e fallace linea politica. Franceschini individua correttamente l’astensionismo come il vero nemico della democrazia, ma non coglie che il referendum imminente sulla separazione delle carriere dei magistrati rappresenta un tema trasversale, non identitario, capace dunque di mobilitare i cittadini al di là delle appartenenze di partito. Egli non ha speso una parola in tal senso. È un terreno che non si presta a essere piegato esclusivamente a uno scontro ideologico con la destra, ma che tocca le corde civiche e istituzionali profonde di ogni cittadino.
Il silenzio di Franceschini su questo punto appare come una rimozione consapevole: un tentativo di non incrinare la fragile unità interna del PD, diviso tra garantisti e giustizialisti. Eppure, il garantismo – ed espressamente la riforma della giustizia e la separazione delle carriere dei magistrati – è da sempre uno dei fondamenti del PD nato al Lingotto. Ma il silenzio tattico di Franceschini si traduce in un errore strategico. Ignorare il referendum significa rinunciare a un’occasione unica per scongelare il voto degli italiani rifugiatisi nell’astensionismo, offrendo loro una ragione concreta di merito e non ideologica per tornare alle urne.
Così, mentre Franceschini denuncia l’immobilismo del governo e invoca messaggi “alternativi alla destra”, lascia scoperto proprio il terreno più fertile per ricostruire un rapporto con gli elettori smarriti e congelati nel non voto. La sua autorevolezza rischia di apparire debole: un decano che parla di stabilità e alleanze, ma tace sul merito del tema che potrebbe ridare slancio alla partecipazione democratica, forse proprio a vantaggio delle forze di una sinistra che voglia credibilmente essere un’alternativa di governo.
In definitiva, l’intervista di Franceschini segna un passo nella definizione del nuovo Correntone, ma rivela anche una debolezza politico-strategica davvero preoccupante. La riforma della giustizia e la separazione delle carriere non sono solo un quesito tecnico: sono una delle chiavi per riattivare la cittadinanza.
Franceschini, scegliendo di non affrontarlo, perde l’occasione di trasformare un referendum in un messaggio forte e inclusivo al Paese. Può forse, così, rafforzare i lineamenti identitari di una corrente di partito, ma rischia di perdere l’Italia.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.