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Gentiloni: “Picconate all’ordine mondiale. E l’Europa che “balbetta”

Alberto Bianchi lunedì 5 Gennaio 2026
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di Alberto Bianchi

Sì, “balbetta” è l’efficacissimo termine utilizzato dall’ex Presidente del Consiglio dei ministri, l’on. Paolo Gentiloni, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 5 gennaio, a seguito dei recenti eventi in Venezuela: “Temo le picconate all’ordine mondiale. E l’Europa che balbetta”. Eventi che, con il loro carico di instabilità e di implicazioni geopolitiche globali, si aggiungono a un quadro internazionale già segnato da tensioni crescenti. La guerra scatenata in Europa dalla Russia contro l’Ucraina nell’altopiano sarmatico, la crisi permanente in Medio Oriente, l’attacco militare degli Stati Uniti a Caracas contro Maduro, le fratture che attraversano altri teatri regionali: sono tutti tasselli che compongono un mosaico inquieto, in cui le logiche di potenza tornano a dominare senza maschere. Ma sono mai davvero scomparse dalla storia? verrebbe da chiedersi. O forse è stato piuttosto un nostro fallace desiderio pensare che potessero essere superate?

È in questo contesto che la riflessione sul ruolo dell’Europa diventa non solo urgente, ma inevitabile. Ogni nuovo scossone internazionale accelera la necessità di interrogarsi su ciò che l’Unione Europea è e su ciò che vuole diventare, mettendo a nudo le sue esitazioni, le sue ambiguità e le sue mancate scelte. E risiede qui – a mio modo di vedere – la ragione del particolare rilievo assunto dall’intervista odierna di Gentiloni, sia sul piano internazionale che nell’ambito del centro sinistra italiano.

È alla luce di tutto ciò, che mi permetto di proporre le considerazioni che seguono, avendo questa volta come destinatari privilegiati i riformisti che si battono per una sinistra ragionevole.

L’Europa potenza è un banco di prova per tutti

Da tempo ripetiamo tra noi che l’Ue deve diventare una potenza. D’altro canto, non pochi leader e diversi Stati membri dell’Unione lo affermano in prese di posizione politiche o in documenti strategici nazionali. È un ritornello che inizia a suonare familiare, quasi rassicurante. Eppure, quando si passa dalle dichiarazioni ai fatti o si è costretti a prendere posizione di fronte a eventi e crisi internazionali gravi – ultimo caso il Venezuela – l’Europa appare esitante, impacciata, quasi intimidita dall’idea stessa di esercitare potere globale, quantunque negli ultimi tempi non siano mancati passi avanti significativi: dalla formazione della Coalizione dei Volenterosi, alle decisioni sul riarmo europeo, fino alla linea assunta dall’Unione in difesa dell’Ucraina di fronte all’aggressione russa e da una parte degli Stati europei nel contenimento dell’assalto trumpiano all’ordine inter-atlantico. Resta, però, una persistente impressione di impaccio e di esitazione che non rappresenta una semplice incoerenza politica: è una contraddizione strutturale, radicata nel Dna dell’Unione, che oggi rischia di diventare esistenziale.

L’Europa parla come una potenza, ma non è stata costruita per esserlo, questo è il nodo. L’Unione nasce come progetto di pace, di mercato e di diritto, non come progetto di potenza. Per decenni questa impostazione è stata un punto di forza: ha garantito stabilità, prosperità, cooperazione. Ma nel XXI secolo, in un mondo in cui la geopolitica è tornata a imporsi, questa stessa impostazione diventa un limite. L’Europa non dispone di un esercito comune, non ha una catena di comando unificata, non possiede una politica estera coerente, non controlla un bilancio federale adeguato e non esprime una leadership riconosciuta. È un’entità sofisticata, ma priva degli strumenti basilari del potere. Una potenza potenziale, non una potenza reale.

Senza un interesse strategico comune, non può esistere una politica di potenza

La debolezza europea non è psicologica: è istituzionale. Non si tratta di timidezza o di mancanza di coraggio, ma di frammentazione. Gli Stati membri hanno visioni strategiche che, su alcuni punti, risultano divergenti: la Francia ragiona in termini di autonomia strategica, la Germania in termini di interdipendenza economica, l’Europa orientale in termini di deterrenza contro la Russia, il Sud Europa in termini di Mediterraneo e instabilità africana. Senza un interesse strategico comune, non può esistere una politica di potenza. E senza una politica di potenza, l’Europa resta un attore normativo che pretende di influenzare il mondo con regole che il mondo non riconosce più.

Questa diagnosi è stata espressa con particolare lucidità – per l’appunto – da Paolo Gentiloni nell’intervista pubblicata sul Corriere della Sera. Le sue parole – quando afferma che l’Europa “balbetta” di fronte alle grandi crisi globali – colgono con precisione chirurgica il cuore del problema. E non si può che aderire pienamente a questa lettura: l’Europa balbetta perché non ha ancora deciso di parlare con una voce sola, né di dotarsi degli strumenti necessari per farlo. Balbetta perché non ha ancora accettato che, nel mondo di oggi, la potenza non è un optional, ma una condizione di sopravvivenza politica.

La difesa e la deterrenza militari dell’Europa

Il nodo più paralizzante riguarda la difesa e la deterrenza. Per essere una potenza servono all’Unione tre elementi: una capacità militare credibile, la volontà politica di usarla e una legittimazione istituzionale. L’Ue oggi non possiede nessuno dei tre in forma piena. Gli eserciti europei, presi singolarmente, sono professionali e ben equipaggiati, ma nel complesso risultano duplicati, inefficienti, non interoperabili. Dipendono dalla NATO per la deterrenza nucleare e non hanno un comando politico unificato. La verità è semplice: l’Europa non può essere una potenza senza una forza militare integrata, e non può avere una forza militare integrata senza un salto politico che alcuni Stati non vogliono compiere. Ed per ciò che il salto politico da compire non può che essere quello che realisticamente consenta una rinnovata unità federativa su base volontaria a cerchi concentrici.

Una sfera di influenza europea: il salto concettuale e narrativo che spetta ai riformisti di una sinistra ragionevole

C’è però un punto ancora più profondo, che l’Unione evita da decenni, quasi fosse un tabù morale, ma rispetto al quale proprio i riformisti della sinistra europea e italiana sono chiamati – in primo luogo – a un salto concettuale e narrativo: la necessità che l’Europa costruisca una propria sfera di influenza. Gli Stati Uniti ne hanno una globale, la Cina la sta costruendo attraverso la Belt and Road, la Russia ne rivendica una nel suo “estero vicino”. L’Europa, invece, si comporta come se potesse essere una potenza senza avere una sfera di influenza. È un’illusione. Una potenza senza sfera di influenza è un ossimoro, come un re senza regno. Se l’Europa vuole essere un attore geopolitico, deve definire quali regioni considera vitali per la propria sicurezza, investire nella stabilizzazione del Mediterraneo allargato, assumere un ruolo guida nei Balcani, competere in Africa con Cina e Russia, proteggere il proprio vicinato orientale. Non si tratta di imperialismo, ma di egemonismo influente istituzionalizzato europeo sì. Se l’Europa non costruisce una propria sfera di influenza, finirà inevitabilmente nella sfera di influenza di altri.

La domanda decisiva: che cosa vuole essere l’Europa?

E qui sorge la domanda decisiva: che cosa vuole essere l’Europa? L’Ue è un ibrido: troppo integrata per essere solo un’alleanza di Stati, troppo poco integrata per essere una potenza. È un gigante prevalentemente economico-mercantilistico e normativo, un nano militare e un adolescente politico. La scelta che deve compiere è politica e volontaria, non tecnica. Vuole essere un attore globale o un protettorato strategico? Vuole essere un soggetto della storia o un oggetto della storia? Vuole difendere i propri interessi o sperare che altri lo facciano al suo posto? La scelta non può più essere rimandata.

Per diventare una potenza, l’Europa deve dotarsi di una difesa comune, superare l’unanimità in politica estera, costruire una sfera di influenza coerente, accettare che il potere non è un peccato ma una necessità, assumersi la responsabilità del proprio destino con coraggio, visione e realismo. Il mondo non aspetta l’Europa e non la proteggerà per sempre. Il tempo dell’innocenza è finito. Ora resta solo da capire se l’Europa avrà la forza di diventare un soggetto di potenza con una propria sfera d’influenza tra altre sfere d’influenza.

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