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Gli effetti di un attacco all’Iran: disastro o liberazione?

Alessandro Maran giovedì 15 Gennaio 2026
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di Alessandro Maran

 

Il bilancio delle vittime tra i manifestanti iraniani aumenta ma per ora, scrive un corrispondente anonimo da Teheran per AL-Monitor, il regime resta saldo: “Nonostante il bagno di sangue senza precedenti, ci sono poche prove immediate del fatto che la struttura di potere centrale della Repubblica Islamica si stia sgretolando” (https://www.al-monitor.com/…/bruised-not-broken-irans…). Gli esperti indicano la coesione tra i membri del regime, le élite politiche e gli ufficiali militari come indicatore chiave per il futuro del regime.
La rivoluzione iraniana del 1979 ebbe successo. Ma oggi le condizioni sono diverse, e questo rende improbabile un cambio di governo altrettanto rapido, scrive Narges Bajoghli della Johns Hopkins School of Advanced International Studies su TIME. Nel 1979, i centri di potere interni più importanti agirono di concerto per rovesciare lo Scià: “il popolo, il clero e i mercanti del bazar”. Oggi, le reti di potere dell’Iran sono fondamentalmente diverse, sostiene Bajoghli. Il clero “è tutt’altro che monolitico”, i mercanti ora dipendono dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane per rimanere in attività e non vi è alcun segno che l’esercito iraniano possa disertare, scrive Bajoghli. “Gli iraniani hanno già sopportato una rivoluzione le cui promesse sono svanite”, scrive Bajoghli. “Meritano un sostegno lucido per costruire una vera trasformazione, non un pio desiderio che serva gli interessi di tutti tranne i loro. La vera solidarietà significa sostenere un lavoro organizzativo poco attraente, resistere a narrazioni semplicistiche ed esercitare pazienza. La rivoluzione non è un momento, ma un processo, che richiede onestà riguardo al potere e scetticismo verso le manipolazioni esterne. Il mondo osserva l’Iran. La domanda è se vede chiaro”(https://time.com/…/iran-protests-reza-shah-pahlavi…/).
Trump starebbe valutando un attacco militare contro l’Iran per sostenere i manifestanti e sferrare un duro colpo al regime (sui social media ha promesso ai manifestanti: “AIUTO IN ARRIVO. MIGA!!!”: https://truthsocial.com/@realDon…/posts/115888317758045915), ma Vali Nasr della Johns Hopkins School of Advanced International Studies sostiene sul Financial Times che la pressione economica potrebbe essere più efficace. “L’annuncio di Trump [lunedì] di imporre dazi del 25% ‘con effetto immediato’ su qualsiasi nazione che faccia affari con l’Iran è forse più preoccupante per Teheran della possibilità di attacchi militari”, scrive Nasr. “È probabile che l’annuncio incoraggi la fuga di capitali, esercitando un’ulteriore pressione al ribasso sul rial. È stato il drastico deprezzamento del rial nel 2025 a scatenare le recenti proteste; la valuta ha perso l’84% del suo valore lo scorso anno, il 16% solo a dicembre. La prospettiva di dazi più elevati potrebbe dissuadere i principali partner commerciali dell’Iran – Cina, India, Iraq, Turchia ed Emirati Arabi Uniti – dal fare affari con Teheran. Le conseguenti difficoltà economiche probabilmente alimenteranno ulteriori proteste che Washington potrà poi sostenere attraverso interventi o ulteriori minacce militari” (https://www.ft.com/…/8bd4266f-aa87-4845-a728-de954d36c5df).
Travolto dalle proteste, il regime iraniano si è offerto intanto di riprendere i colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti (https://www.wsj.com/…/trump-iran-plans-military-strikes…).
Come scrive il corrispondente diplomatico della BBC, Paul Adams, Trump deve chiarire cosa vuole fare. “Euforico per il successo in Venezuela (…) la tentazione di schierare l’esercito deve essere considerevole”, scrive Adams. “Un attacco limitato, secondo alcuni, potrebbe contribuire a incoraggiare i manifestanti, avvisando al contempo il regime che potrebbe esserci di peggio in arrivo” (https://www.bbc.com/news/articles/cj6wr4kew08o).
Le motivazioni per un attacco sono evidenti. In un editoriale del Wall Street Journal, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh, sostenitori di una linea dura nei confronti dell’Iran, sostengono che Trump ha la possibilità di infliggere un duro colpo al regime iraniano e di rafforzare l’opposizione democratica del Paese. Sostenendo che Barack Obama abbia perso l’occasione di fare lo stesso nel 2009, scrivono del possibile attacco statunitense: “Sarebbe facile commettere degli errori, che potrebbero uccidere innocenti. Questo è un rischio inevitabile, che gli iraniani che ora muoiono per strada accetterebbero sicuramente. Ma per un leader spesso deriso perché immorale e transazionale, Trump potrebbe dimostrare che l’Iran rappresenta un’eccezione. Le conseguenze del crollo della Repubblica Islamica – anche se l’Iran dovesse attraversare un prolungato periodo di instabilità – sarebbero importanti e benefiche” (https://www.wsj.com/…/dont-repeat-obamas-mistake-in…).
Gli scettici sostengono invece che gli attacchi potrebbero non spodestare il regime e comporterebbero dei rischi. Sul New York Times, Suzanne Maloney, esperta di lunga data dell’Iran presso The Brookings Institution, sostiene altre forme di pressione, come le operazioni informatiche, il sequestro di petroliere iraniane che trasportano greggio sanzionato ed il sostegno dell’opposizione per rafforzarla e renderla capace di prendere il potere. Gli attacchi aerei potrebbero provocare gravi ritorsioni iraniane questa volta, poiché il regime sta ora affrontando una “crisi esistenziale”. Maloney sconsiglia inoltre di accettare l’offerta di Teheran di riprendere i colloqui sul nucleare, poiché ciò permetterebbe al regime di “distrarre” l’attenzione dalle proprie carenze e da ciò che sta accadendo nelle strade (https://www.nytimes.com/…/trump-iran-protests-ayatollah…).
Come sempre, la propaganda del regime iraniano sostiene che le proteste siano opera di potenze esterne intenzionate a distruggere l’Iran. Su Foreign Affairs, Jamsheed K. Choksy e Carol E.B. Choksy avvertono perciò che se Trump dovesse intervenire, rafforzerebbe queste affermazioni e minerebbe la legittimità delle proteste. “Un attacco da parte di Trump danneggerebbe il movimento di protesta molto più del regime e potrebbe indebolire uno sforzo che di per sé ha un notevole slancio verso il cambiamento”, sostengono (https://www.foreignaffairs.com/…/iranian-regime-could-fall).
Presso il think tank britannico di affari internazionali Chatham House, Bilal Y. Saab scrive: “Mettendo da parte la legalità di un potenziale attacco statunitense all’Iran, si tratta di una scelta saggia? Sosterrebbe davvero l’obiettivo dei manifestanti iraniani di rovesciare il regime? La risposta onesta è che non lo sappiamo. Molto dipende dalla natura dell’attacco, dalla volontà di Trump di portarlo a termine e dalla sua capacità di elaborare un piano dopo l’attacco. Gli effetti potrebbero variare dal disastro alla liberazione” (https://www.chathamhouse.org/…/would-trumps-threatened…).
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