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Gli Stati hanno perso la presa

Giovanni Cominelli martedì 2 Dicembre 2025
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di Giovanni Cominelli

 

Secondo l’interpretazione di Sergio Fabbrini, quotato studioso di faccende americane, ciò che ha “fermato” , almeno per ora, il nazionalismo autocratizzante di Trump non è stato il Partito democratico, ma il federalismo, cioè un assetto istituzionale dei poteri e della statualità americana, che è fondativo della storia degli USA. Sopraggiunge, allora, una domanda indiscreta: da quali fessure/fissure della società americana e delle società occidentali è spuntato il nazional/populismo di Trump e dei suoi seguaci europei, da ultimo il ridicolo MNGA (Make Napoli Great Again) di Sangiuliano?

Risposta: dalla frattura sempre più profonda tra la Nazione e lo Stato. Siamo stati abituati a pensare ai nostri Paesi – qui parliamo dell’Italia – come “Nazione” – il cui carattere unitario e territoriale è garantito dallo Stato, che perciò è “Stato nazionale”.

Questa storia è incominciata in Europa più di 500 anni fa. A iniziare dalla Francia e poi dall’Inghilterra e dalla Spagna si formarono organismi politico-militari, con a capo un Re, che, per ragioni fiscali-militari, misero sotto controllo militare e burocratico-amministrativo il territorio, prima diviso in entità feudali. Nasceva lo  Stato a due facce: lo Stato politico e lo Stato amministrativo. “Sotto” stava una società articolata in “corpi” o “stati”: il Clero, la Nobiltà aristocratica, la Nobiltà di toga professionale e burocratico-amministrativa. Il “Popolo” non era uno “stato”, non era nessuno. Consisteva in “sudditi”, in un “vulgo disperso”, esposto al potere incontrollabile dei “Tre stati”. Coloro che abitavano quel determinato territorio – i Sudditi – erano il prodotto di una lunga storia di “nazioni” diverse, intrecciate e sovrapposte, residui, a loro volta, di migrazioni etniche, di invasioni sanguinose, di integrazioni forzate, di epidemie devastanti, di guerre locali feroci.

Tutti gli Stati europei hanno sperimentato questa storia.  La Guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra dal 1337 al 1453, la Guerra delle due Rose in Inghilterra tra il 1455 e il 1485, ben otto guerre in Italia tra il 1494 (invasione di Carlo VIII) e il 1559 (Pace di Cateau-Cambrésis), la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) combattuta in Germania e in tutto l’Impero asburgico, generarono, alla fine, lo Stato. Come sottolineò il sociologo e politologo americano Charles Tilly, “la Guerra ha fatto lo Stato, lo Stato ha fatto la Guerra”: la guerra è stata il motore fondamentale per la creazione e la crescita degli Stati, “costretti” a creare apparati militari per affermarsi, a costruire sistemi fiscali per sostenere gli eserciti, a centralizzare il potere mediante strutture amministrative diffuse sul territorio e a istituire sistemi statali di istruzione.

Così “i sudditi” del Re sono stati trasformati in “cittadini” dello Stato, al quale pagare le tasse, al quale prestare servizio militare, del quale comprendere gli ordini sul campo di battaglia. Così constatò la rivista dei Gesuiti – Civiltà cattolica – commentando la vittoria dei Prussiani a Sédan: “E’ stata la vittoria del maestro tedesco”.

La Nazione si è formata così lungo i secoli: le nazionalità-etnie-culture che la precedevano si sono avvicendate, sono state tenute insieme, amalgamate, a volte eliminate da vere e proprie pulizie etniche, come è accaduto nei Balcani dalla fine dell’800 lungo tutto il ‘900 fino alla decomposizione della ex-Jugoslavia.

Occorre prendere atto che la quarta ondata della globalizzazione della storia umana – quella incominciata nella seconda metà del ‘900 – sta cambiando le carte messe sul tavolo dalla seconda ondata, iniziata nel 1492, e dalla terza, iniziata a metà dell’800: lo Stato nazionale sta riducendo la sua presa sulle Nazioni e le Nazioni tornano a differenziarsi per composizione etnica e culturale. Lo Stato continua a segnare i confini nazionali rispetto ad ogni altro, ma gli sta sfuggendo la Nazione. In primo luogo, nelle società europee si sono dissolti i solidi blocchi sociali storici, a causa della trasformazione della produzione e della distribuzione, deterritorializzate su scala globale. Culture, informazione, stili di vita stanno cambiando la faccia delle Nazioni. Le dinamiche demografiche, le immigrazioni, la globalizzazione produttiva e culturale stanno trasformando le nostre società in “società di minoranze” sociali e culturali. La vittoria di un mussulmano a New York, la capitale mondiale della globalizzazione, è la prova provata di questa dinamica storica. È come se nella Firenze della seconda metà del ‘400 si fosse insediato un Saraceno al posto di Lorenzo de’ Medici.

Che cosa può offrire lo Stato nazionale classico a questo tipo di società in tumultuosa trasformazione? Poco: il Fisco e l’Amministrazione. Non è esattamente la faccia che i cittadini amano di più.  Il nazionalismo è la reazione immediata ed emotiva all’arretramento dello Stato.

 

Ecco perché è necessario costruire istituzioni e statualità più larghe, che siano capaci di preservare le nazioni, con il loro deposito di storia, tradizioni, culture, passioni, componendole in una governance più larga. Gli Stati-impero fanno meno fatica a tener dietro ai mutamenti delle loro società civili. I piccoli Stati europei non ce la fanno più, qualsiasi cosa ne pensino Orban, Le Pen e Meloni. Per non perdere “la nazionalità” occorre cambiare “la statualità”. O si blocca la globalizzazione o, più realisticamente, si allargano le istituzioni della governance. Si chiama federalismo.

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