di Alessandro Maran
Le manovre, ha scritto
Claudio Cerasa su
Il Foglio, di solito “aiutano a capire qual è l’anima di un governo, quali sono le sue priorità, quali sono le sue esigenze, e ancora una volta l’impressione è che il governo Meloni, in economia, abbia molte qualità in fase di contenimento (d’altronde, nella sua seconda vita, Giancarlo Giorgetti fa il portiere di calcio) mentre abbia difficoltà notevoli nel saper andare all’attacco (…) In questo senso, si può dire che gli elementi più tristi di questa manovra non riguardano i singoli dettagli ma riguardano i dettagli che hanno a che fare con un tema più ampio: l’incapacità assoluta della politica di provare a ragionare sulla crescita andando ad aggredire i tabù che tengono l’Italia intrappolata nelle sue catene (…) Cinque temi, cinque dita, cinque tabù: crescita, produttività, demografia, innovazione, concorrenza”.
“Nel parare i colpi, il governo Meloni ha mostrato qualità. Nel creare occasioni per far crescere l’Italia, e nel creare opportunità per segnare qualche gol, il governo Meloni ha gravemente deluso”, conclude il direttore del Foglio. “La manovra non conta in quanto tale. Conta come anima. Come riflesso. Come specchio di un’Italia che in tre anni di maggioranza di centrodestra ha ritrovato una sua credibilità, una sua attrattività, ma che quella credibilità e quella attrattività semplicemente non è stata in grado di usarla per trasformare la reputazione acquisita in un risultato concreto. Meno gol subiti, pochi gol fatti. Di solito, con questi numeri, le squadre tanto lontano non vanno” (
https://www.ilfoglio.it/…/buon-contenimento-pochi-gol…/).
Eppure, la cosa non dovrebbe sorprendere. Il libro sulla guerra di Putin all’Ucraina e all’ordine mondiale liberale, sulla collocazione dell’Italia nel mondo e sugli italiani, che ho scritto in forma di lettera al mio amico Salvatore (
https://www.ibs.it/nello-specchio-dell…/e/9788869580468), è uscito alla vigilia delle elezioni politiche, le prime con campagna elettorale balneare, dopo la caduta del governo Draghi. Scrivevo: «Sono in molti tra gli osservatori internazionali a considerare con un certa “preoccupazione” la prospettiva di un governo di destra guidato da Giorgia Meloni. Sebbene Meloni sia più vicina all’ortodossia atlantista di quanto lo sia Salvini, una coalizione dominata da FdI e dalla Lega sarebbe senz’altro una cattiva notizia per l’Europa e per Kiev. E poi c’è l’economia. Meloni e Salvini non hanno certo la credibilità di Draghi in un momento in cui la crescita rallenta e l’inflazione è in aumento. Come ha scritto Jeremy Cliffe (
https://www.newstatesman.com/…/giorgia-meloni-prime…), “in momenti come questo (come durante la formazione del primo governo populista tra M5S e Lega nel 2018), i commenti internazionali spesso profetizzano un disastro improvviso o una crisi e, nel peggiore dei casi, qualcosa di simile al tracollo economico della Grecia su scala molto più ampia”. Ma finora si sono sbagliati. “In parte perché l’Italia non è ancora del tutto quel caso disperato che alcuni immaginano e ha i suoi sistemi per cavarsela, ma anche perché ha i suoi punti di forza, tra cui alcuni degli angolini più innovativi e produttivi dell’economia europea e una profonda serietà strategica sulla sicurezza mediterranea da cui molti dei suoi partner potrebbero imparare”. Ma fondamentalmente, scrive Cliffe, le Cassandre si sbagliano perché la malattia dell’Italia non è acuta, è cronica: “Visti da lontano i suoi problemi sembrano essere quelli di un dramma e di una crisi costante, sembra che succedano troppe cose. In realtà, sotto la superficie in Italia cambia pochissimo (Draghi è stato senza dubbio un’ottima cosa, ma si rischia – e qualcuno lo fa – di sopravvalutare quel che ha realizzato da primo ministro). I redditi reali sono stagnati da decenni, la popolazione sta invecchiando e i giovani ambiziosi se ne sono andati, lo Stato è decrepito, la politica è endemicamente instabile e il debito è alto. Per i prossimi decenni lo scenario più probabile non è quello di una qualche grande catastrofe, ma quello in cui il paese semplicemente declina piano piano, scivolando sempre più al di sotto del suo enorme potenziale. Il problema dell’Italia non è che succedono troppe cose, ma che non ne succedono abbastanza”. Di questo bisognerebbe preoccuparsi. Perciò un governo Meloni-Salvini sarebbe certo una cattiva notizia, conferma Cliffe. Ma si può tranquillamente scommettere e, allo stesso tempo, lavorare su “un presupposto relativamente sicuro”: anche un governo del genere “sarebbe destinato a crollare in un anno o due” e a “passare dimessamente il testimone della gestione del declino italiano ai successori”. Anche stavolta “after much drama and little substance”».
«Finora l’abbiamo sfangata – scrivevo allora – ma non sarà facile proseguire il progetto riformista, europeista e modernizzatore di Draghi senza una forza “centrale” in grado di sostenerlo e di dare a questo spazio, cioè alle forze più dinamiche e potenzialmente “centrali” della società, una casa e un tetto. E ora che, dopo la pandemia e il rallentamento della produzione industriale, servirebbe uno sforzo collettivo e “di sistema” per affrontare una situazione molto difficile come quella attuale, in un momento in cui il sistema internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale è quasi irriconoscibile; in un momento in cui la quarta rivoluzione industriale è già realtà e l’Italia deve restare agganciata al vagone di testa con le unghie e con i denti; in un momento in cui servirebbe una politica all’altezza della rivoluzione (come sempre) più culturale che economica di cui il paese avrebbe urgente bisogno, proprio per lasciarsi alle spalle quella che Claudio Cerasa ha definito “la codificazione dell’immobilismo come unica forma di legalità consentita”, e approfittare dell’Hamilton Moment dell’Europa, il rischio di non farcela, di restare ai margini o di finire fuori strada è altissimo. Siamo passati dal modo di produzione industriale a quello digitale, definitivamente. Quando cambia il modo di produzione cambia tutto. Cambiano i rapporti di produzione e di scambio e le forme del consumo; cambia il rapporto tra capitale e lavoro; le forme dell’organizzazione sociale e, ovviamente, le modalità della politica. E come nel mondo della Regina Rossa del celebre racconto di Lewis Carroll, bisogna correre il più velocemente possibile per riuscire a rimanere nello stesso punto. Tanto per capirci, due anni fa l’India (sì, l’India) ha inviato un modulo spaziale, il Chandrayaan‑2, sulla Luna – e ora ci riprova con la missione lunare Chandrayaan-3 – e, come abbiamo visto, da parte americana lo spazio diventa sempre più una questione privata: Elon Musk primo su tutti, ma anche Branson, Bezos e altri. E come se non bastasse, adesso, come ha spiegato Joe Biden a Varsavia, ribadendo un concetto che va ripetendo fin dalla nomination, “siamo di nuovo nel mezzo di una battaglia tra democrazie e autocrazie, tra libertà e repressione, tra ordine basato sulle regole e governo della forza bruta”».
«Insomma, dobbiamo darci una mossa: “vonde monadis”, dicono in Friuli», concludevo. Siamo sempre lì. Come profetizzava Cliffe, “after much drama and little substance”.
Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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