di Alberto Bianchi
Le elezioni regionali nelle Marche del 28 e 29 settembre 2025, hanno rappresentano molto più di una semplice contesa locale. Il risultato, che vede la riconferma del presidente uscente Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia) con circa il 51% dei voti contro il 45,9% di Matteo Ricci, candidato del centrosinistra, è il sintomo di una crisi profonda e strutturale della sinistra italiana. Non si tratta di un inciampo episodico, ma di un naufragio politico che prefigura scenari ardui e impervi per le elezioni politiche del 2027.
Il cosiddetto “campo largo” si sta progressivamente restringendo. Il progetto – nato con l’ambizione di unire Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e altre forze progressiste su un terreno di sinistra polarizzata e radicalizzata – si è rivelato incapace di costruire una proposta di governo credibile e coerente. Nelle Marche, Matteo Ricci ha cercato di incarnare questa alleanza, ma il risultato è stato un amalgama confuso, privo di visione strategica e incapace di parlare a un elettorato sempre più disilluso, in particolare al ceto medio.
Il Partito Democratico non è più la prima forza politica della regione, superato da Fratelli d’Italia, che guadagna ben dieci punti percentuali rispetto alle regionali del 2020. Un dato che, sommato al risultato positivo di Forza Italia, ricompatta il centrodestra in vista delle politiche del 2027. La sinistra radicale, invece, appare schiacciata tra la debolezza elettorale – ormai evidente anche in regioni storicamente vicine al PD – e l’incapacità di incidere sul piano programmatico, sia nazionale che internazionale.
Il voto marchigiano apre una crisi profonda nella sinistra, che va ben oltre i confini regionali. Ridurre la sconfitta a fattori localistici sarebbe un errore analitico grave. Le Marche sono state un banco di prova politico complesso, in una regione storicamente contesa, dove il voto riflette dinamiche nazionali. Il centrodestra ha saputo coniugare temi regionali – infrastrutture, sanità, sicurezza – con una narrazione nazionale e persino internazionale. Giorgia Meloni ha parlato di sovranità, difesa, politica estera, riuscendo a conferire profondità e coerenza alla sua proposta, anche agli occhi dell’elettorato marchigiano.
Al contrario, Elly Schlein e i suoi alleati hanno condotto una campagna elettorale frammentata, centrata su rivendicazioni territoriali e battaglie identitarie minoritarie, senza riuscire a costruire una visione d’insieme. Solo nell’ultima settimana, la segretaria del PD ha cercato di alzare lo sguardo verso le questioni internazionali, intervenendo sul caso della Flotilla e sul conflitto tra Israele e Hamas. Ma il tentativo è apparso tardivo e strumentale, incapace di modificare una percezione pubblica che la vede appiattita su posizioni pregiudizialmente antisraeliane e poco incisiva sul piano geopolitico.
La sinistra radicale sembra aver smarrito ogni bussola. La sua proposta si è ridotta a slogan etici e mobilitazioni simboliche e identitarie, come quella controproducente – a mio parere – per il riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina. Pur avendo una valenza morale, queste iniziative non riescono a tradursi in consenso elettorale. Come ha ammesso Angelo Bonelli: “Questa battaglia non è per costruire consenso elettorale, ma per la vita” (sic!). Una dichiarazione che, se da un lato sembra rivendicare una presunta coerenza ideale, dall’altro, in realtà, certifica l’irrilevanza politica e l’assenza di una cultura di governo.
Il problema non è solo comunicativo, ma strategico. La sinistra radicale non riesce a parlare al ceto medio, ai lavoratori, ai giovani, ai cittadini delle metropoli italiane. Ha abbandonato il terreno della politica economica per la crescita e lo sviluppo, unita alla giustizia sociale, per rifugiarsi in un moralismo sterile e autoreferenziale.
La sconfitta nelle Marche è un campanello d’allarme per il centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027. Se non si costruisce una piattaforma programmatica chiara, se non si supera la logica delle alleanze tattiche e della polarizzazione radicale dello scontro – e qui sarebbe opportuno che l’on. Franceschini riflettesse sulle sue recenti uscite improntate ad una radicalizzazione polarizzante dello scontro politico – e non si torna a parlare di contenuti, visione e futuro, il rischio è quello di una marginalizzazione definitiva.
Il centrodestra, con la Meloni al timone, ha dimostrato di saper coniugare governo locale e leadership nazionale. Ha saputo parlare a tutti i livelli, dal cittadino marchigiano al contesto geopolitico internazionale. La sinistra, invece, è rimasta prigioniera delle sue contraddizioni, incapace di costruire un racconto unitario, mobilitante ed estensivo oltre il proprio perimetro.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.