Il Cile, ieri come oggi, rappresenta uno specchio nel quale la sinistra italiana ha spesso guardato se stessa: dalle speranze di Allende al trauma della dittatura di Pinochet, fino all’attuale svolta a destra con l’elezione presidenziale di Antonio Kast al Palacio de La Moneda di Santiago.
Bene, dunque, l’editoriale di Walter Veltroni sul Corriere della Sera, “Cile, avviso ai riformisti” (18/12), che invita i riformisti italiani a trarre da questa parabola cilena un monito: oggi serve un riformismo più radicale e coraggioso per contrastare l’onda lunga della destra. Tuttavia, il riferimento a Berlinguer, nella parte conclusiva dell’editoriale, introduce un’incongruità e una stonatura che rischiano di indebolire la stessa forza dell’appello di Veltroni. Proseguiamo per punti.
Il Cile ieri e il PCI
Come è noto, Allende incarnò la possibilità di un socialismo democratico, capace di coniugare libertà e giustizia sociale. Il trauma del golpe di Pinochet nel 1973 segnò profondamente la cultura politica italiana, mostrando la fragilità delle democrazie e la brutalità delle derive autoritarie. Da quell’esperienza nacque l’approfondimento e la riflessione del gruppo dirigente del PCI sul “compromesso storico”: una strategia che, proponendo un’alleanza della sinistra con la Democrazia Cristiana per difendere la democrazia dalle minacce interne ed esterne, mirava al tempo stesso a un consolidamento dei lineamenti culturali e politici di governo del PCI.
Il Cile oggi
Nell’editoriale sul Corriere della Sera, Walter Veltroni – e venendo così al Cile del tempo presente – richiama l’elezione di Antonio Kast come segnale di allarme. La svolta a destra nel Paese latino-americano si inserisce in una tendenza globale che vede le destre populiste e conservatrici guadagnare consenso.
Veltroni, pertanto, invita giustamente i riformisti italiani a costruire un linguaggio e contenuti politici nuovi e una visione più radicale, capace di affrontare le disuguaglianze, la precarietà e la transizione ecologica nell’età contemporanea. L’idea è che solo un riformismo coraggioso possa arginare l’attrazione esercitata dalle destre. Il Cile diventa ancora una volta, dunque, un avviso per la sinistra italiana: ignorarne i segnali significherebbe consegnare il futuro politico all’avversario.
L’incongruenza nell’appello di Veltroni
Qui giunge, però, l’incongruenza, la stonatura – potremmo dire persino la contraddizione – contenuta nell’appello di Veltroni. Egli sembra accreditare il richiamo a Berlinguer come a un’esperienza del passato che abbia tentato una qualche forma di nuovo e più avanzato riformismo, proprio sulla base della dolorosa vicenda cilena. Ma il riferimento risulta non coerente con l’insieme del pur pregevole articolo.
Soprattutto perché – sul terreno della storia politica – è comunemente assodato che ci siano stati non un Berlinguer solo, come sembra lasciare intendere Veltroni, bensì due: quello del “compromesso storico” (1973, vicenda cilena) e quello della cosiddetta “questione morale” e della diversità identitaria neocomunista (dal 1981). In tal senso, molto esplicativi ed utili risultano essere il libro di Gregorio Sorgonà “Giorgio Napolitano” (Salerno Editrice) e il Convegno Nazionale sulla figura e il pensiero di Napolitano, tenutosi nel giugno scorso presso il Senato della Repubblica.
Il primo Berlinguer fu sostenuto dai riformisti – sia di stretta osservanza “migliorista” o di più ampio riferimento – della destra storica del PCI (con figure come Napolitano), perché il Segretario rappresentava la sintesi di una strategia di mediazione e difesa della democrazia, nel solco della funzione nazionale e di governo del PCI.
Dal secondo Berlinguer, invece, i riformisti presero le distanze, poiché la torsione verso la questione morale e la diversità comunista segnavano una pulsione identitaria (poi confluita in parte ad alimentare la successiva, lunga e carsica ondata populista) che rischiava di rimuovere il riformismo dalla prospettiva del PCI e della sinistra.
Non distinguendo queste due fasi, Veltroni rischia di proporre un richiamo che contiene in sé una contraddizione: evocare Berlinguer come icona di radicalità riformista, quando in realtà la sua parabola – sul terreno propriamente storico e politico, ripeto – oscillò tra politica di governo ed ideologia identitaria.
Conclusione
Sia chiaro: è indubbio il merito dell’editoriale di Veltroni di riaprire un dibattito cruciale per reinventare il riformismo in un’epoca segnata dall’avanzata delle destre. Tuttavia, per essere efficace, l’appello deve evitare contraddizioni storiche e trovare nuove fonti di ispirazione, come Michael Walzer e la sua riflessione sulla giustizia e la società civile; Michele Salvati, che ha elaborato un riformismo moderno e pragmatico; Angelo Panebianco e il suo individualismo metodologico; o, ancora, storici come Graziosi, capaci di leggere le dinamiche della sinistra del nostro tempo con lucidità critica. E molti altri, naturalmente, possono essere indicati – in campo liberale e socialista europeo – sulla strada dell’impegno per un riformismo che, coniugando radicalità e responsabilità, possa rispondere positivamente all’appello di Veltroni a costituire un argine credibile all’onda lunga della destra in Occidente.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.