di Alberto Bianchi
Quando Donald Trump, il 25 marzo 2023, a Waco, in Texas, all’inizio della sua campagna per le presidenziali del 2024, scandì la frase “Either the Deep State destroys America, or we will destroy the Deep State” (“O il Deep State distrugge l’America, o noi distruggeremo il Deep State”), mise in chiaro la sua visione: una Casa Bianca contrapposta frontalmente agli apparati permanenti centrali del Deep State, preposti alla sicurezza nazionale. Oggi, due vicende recenti rendono ancora più evidente la posta in gioco: la fuga di notizie, avvenuta a novembre dell’anno in corso e orchestrata dagli apparati centrali federali, relativa al piano originario segreto di pace in 28 punti per l’Ucraina (quello umiliante per Kiev e l’Europa); e, a metà dicembre, le dichiarazioni della trumpiana Tulsi Gabbard (Direttrice dell’Intelligence Nazionale – DNI) contro gli stessi apparati del Deep State. Forse è il caso di dire che, se Trump vuole distruggere il Deep State, il Deep State sembra voler salvare l’Occidente inter-atlantico.
Il piano di pace in 28 punti
La fuga di notizie sul Piano di Pace originario segreto in 28 punti – redatto dall’inviato di Trump, Steve Witkoff, in accordo con Mosca – ha rivelato un approccio che molti hanno definito umiliante per Kyiv e destabilizzante per l’Europa. Il documento prevedeva la rinuncia dell’Ucraina alla NATO, la riduzione del suo esercito e la cessione di Crimea e Donbass alla Russia. In sostanza, un accordo che avrebbe marginalizzato Bruxelles e consegnato a Mosca un successo strategico. È l’esempio concreto di come la Casa Bianca trumpiana possa perseguire linee radicali, mentre gli apparati permanenti difendano la credibilità della NATO e la stabilità europea.
Le accuse di Tulsi Gabbard
A dicembre 2025, Tulsi Gabbard ha accusato apertamente il Deep State e i media occidentali di voler sabotare i negoziati di pace e trascinare gli Stati Uniti in un conflitto diretto con la Russia. Le sue parole hanno rafforzato la narrativa trumpiana, ma hanno anche mostrato come figure politiche di vertice possano alimentare la delegittimazione degli apparati. In questo senso, Gabbard diventa un simbolo della tensione interna: da un lato la Casa Bianca che spinge per soluzioni drastiche, dall’altro gli apparati che difendono continuità e alleanze.
Il cuore dello scontro
Altri esempi meno recenti e il dibattito-scontro sugli aiuti a Kyiv mostrano come la frattura tra decisione politica ed apparati istituzionali permanenti si confermi essere strutturale. La frase di Waco non è soltanto un attacco: è la giustificazione per centralizzare le scelte strategiche nella Casa Bianca e ridurre il margine degli apparati. Ma proprio questi apparati, il cosiddetto Deep State, possono diventare la chiave di volta per frenare il trumpismo. Difendendo la NATO, opponendosi a piani che umiliano Kyiv e marginalizzano l’Europa, essi preservano la credibilità internazionale degli Stati Uniti e, indirettamente, gli stessi interessi degli europei.
Il ruolo surrogato del Deep State
Un aspetto spesso trascurato è che il Deep State sta colmando, almeno in parte, il vuoto politico lasciato dall’opposizione democratica. I Democratici, incapaci di proporre una visione alternativa forte e coerente in politica estera, sembrano delegare agli apparati permanenti il compito di garantire continuità e stabilità. In assenza di una leadership politica incisiva, sono le istituzioni burocratiche e militari del Deep State a fungere da surrogato, mantenendo l’impegno verso l’Europa e l’Ucraina e impedendo che il trumpismo dilaghi e ridisegni radicalmente – senza argini – la postura internazionale americana.
Conclusione
La vicenda del piano di pace e le accuse di Gabbard dimostrano che lo scontro tra Casa Bianca e apparati non è astratto, ma incide direttamente sulla sicurezza europea. Se Trump e i suoi diretti collaboratori spingono per accordi che favoriscono Mosca e ridimensionano l’Ucraina, il Deep State resta l’argine che può salvaguardare l’interesse dell’Europa e della NATO. In un mondo polarizzato, la burocrazia permanente americana diventa paradossalmente il garante della stabilità: un freno al trumpismo, un surrogato dell’assenza di iniziativa politica democratica e una garanzia per Kyiv e per l’Europa.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.