LibertàEguale

Digita parola chiave

Il moralismo intermittente di chi difende Francesca Albanese

Alberto Bianchi mercoledì 16 Luglio 2025
Condividi

di Alberto Bianchi

 

Su Gaza si esercita una sorta di culto dell’indignazione selettiva quando intellettuali e politici difendono l’indifendibile. C’è qualcosa di profondamente inquietante, infatti, nel coro di intellettuali, artisti e politici che si sono mobilitati per difendere Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU, dopo la pubblicazione del suo controverso rapporto su Gaza. Attenzione: non una difesa del diritto internazionale, ma una difesa ideologica, cieca, militante. Il documento – From economy of occupation to economy of genocide, presentato il 1° luglio 2025 alla 59ª sessione del Consiglio ONU per i Diritti Umani – accusa Israele di genocidio e coinvolge multinazionali come Microsoft, Amazon e Alphabet. Gli Stati Uniti hanno reagito con sanzioni, denunciando il contenuto come parziale e antisemita.

Eppure, in Italia, si è levata una mobilitazione in suo favore. Nelle ultime ore, 80 intellettuali, tra attori, scrittori, musicisti, hanno firmato una lettera aperta indirizzata al presidente Mattarella, alla premier Meloni e al ministro Tajani, chiedendo protezione diplomatica per Albanese. Tra i firmatari: Pierfrancesco Favino, Valeria Golino, Tomaso Montanari, Lidia Ravera, Marracash e Francesca Michielin. Il documento descrive le sanzioni come “un tentativo esplicito di distogliere l’attenzione mondiale dalla catastrofe umanitaria in corso a Gaza”.

Si assiste, insomma, a una retorica del martirio diplomatico. La narrazione è chiara: Albanese sarebbe una martire della verità, perseguitata per aver denunciato crimini contro l’umanità. Ma il suo rapporto è tutt’altro che neutrale. Ha partecipato a eventi promossi da organizzazioni affiliate a Hamas, ha definito gli attacchi del 7 ottobre come “resistenza” e ha omesso di condannare esplicitamente il massacro di civili israeliani. Ha persino paragonato la Shoah alla Nakba, relativizzando l’Olocausto. Difendere questo approccio non è difendere i diritti umani. È legittimare una visione distorta, politicizzata e pericolosa del conflitto israelo-palestinese. È confondere l’analisi con l’attivismo, la giustizia con la propaganda.

Chi firma questi appelli, dice di farlo in nome della libertà di espressione. Ma la libertà non è impunità. E non è nemmeno selettiva. Siamo, al solito, di fronte ad intellettuali engagé dal moralismo intermittente. Dove erano questi paladini quando  pur con ambiguità e contorsioni dialettiche alquanto discutibili, che ne fanno un soggetto internazionale debole, per usare un eufemismo – l’ONU ha denunciato crimini di guerra in Siria, in Sudan, in Myanmar? Perché non si sono mobilitati per i dissidenti iraniani, per i giornalisti russi incarcerati, per le donne afghane, per i bambini ucraini massacrati da Putin? La verità è che il sostegno ad Albanese non nasce da un amore per il diritto internazionale, ma da un riflesso ideologico. È il solito schema: Israele è il nemico, chi lo attacca è un eroe. Poco importa se il rapporto è pieno di omissioni, distorsioni e affiliazioni discutibili.

Sul piano politico, il governo Meloni ha mantenuto una posizione ferma nel condannare il rapporto e nel sostenere le sanzioni statunitensi. Il ministro degli Esteri Tajani ha parlato di “gravi distorsioni incompatibili con il mandato ONU”. Ma il governo italiano dovrebbe accompagnare l’orientamento di ferma condanna del Rapporto Albanese con un rilancio ed estensione dei rapporti con Israele.  

Tra le forze politiche italiane, preme mettere in risalto il tipo di reazione che in merito al Rapporto ha espresso il maggiore partito dell’opposizione parlamentare di sinistra al centro destra. Il Partito Democratico ha avuto una reazione più sfaccettata, duplice e, in definitiva, politicamente debole: da un lato, la maggioranza schleiniana del partito ha evitato una condanna esplicita del rapporto, preferendo sottolineare la necessità di “non criminalizzare le voci critiche” e di “difendere il diritto alla denuncia delle violazioni”; dall’altro, la minoranza riformista,invece, ha espresso un forte disagio: esponenti come Pina Picierno, Giorgio Gori ed altri hanno criticato la linea ambigua del partito sulla questione, accusando la segreteria di “cedere a una visione ideologica che danneggia la credibilità internazionale del Pd”. 

La conclusione è quella di una faziosità esplicita della lettera degli 80 tra attori, scrittori, musicisti e intellettuali su Gaza, inviata alle supreme cariche istituzionali della Repubblica italiana. Difendere il Rapporto Albanese significa avallare una visione del mondo dove la complessità viene cancellata, dove il diritto diventa strumento di lotta politica, dove la verità è subordinata alla narrazione. È un errore grave, che scredita il dibattito pubblico e indebolisce la credibilità delle istituzioni internazionali.

Chi vuole davvero difendere i diritti umani dovrebbe pretendere rigore, imparzialità e trasparenza. Non slogan, non crociate ideologiche. E soprattutto, non silenzi selettivi.

Tags:

Lascia un commento

L'indirizzo mail non verrà reso pubblico. I campi richiesti sono segnati con *