di Pietro Giordano
Perché si torna a parlare di riforma elettorale mentre la sinistra resta contraria al premio di maggioranza
Il risultato delle regionali in Veneto, Campania e Puglia ha riaperto un dibattito mai davvero sopito: quello sulla legge elettorale. Nel centrodestra, l’idea di riformarla è tornata in cima all’agenda come necessità per assicurare stabilità. A sinistra, invece, prevale una posizione critica: l’ipotesi di un premio di maggioranza non convince, viene vista come una forzatura che altera la rappresentanza e rischia di favorire l’avversario.
Eppure, come sottolineano alcuni costituzionalisti, il quadro è più complicato della semplice contrapposizione destra-sinistra.
Stefano Ceccanti parte da un dato di fatto: l’Italia si è ricollocata in un sistema bipolarizzato rigido, plasmato dalle scelte dei leader.
Meloni rifiuta qualunque alleanza al di fuori del centrodestra; Schlein fa lo stesso sul fronte opposto. Non sono posizioni tattiche, ma identitarie.
E allora nasce la domanda: che cosa accade se il sistema politico diventa rigidamente bipolare e la legge elettorale resta in larga parte proporzionale?
Accade che il rischio di pareggio diventa strutturale, e che l’ingovernabilità non è un incidente ma una possibilità concreta.
Qui entra in gioco la posizione del centrosinistra.
Perché è contrario, nonostante riconosca anche lui il rischio di uno stallo?
Insomma, la sinistra non è contraria in astratto al tema della governabilità, ma è contraria a questa soluzione.
La contraddizione, però, resta: se nessuna delle due coalizioni è disposta a fare alleanze “esterne”, e se il sistema è per cinque ottavi proporzionale, un pareggio è un rischio per l’intero sistema democratico, non solo per il centrodestra.
Ceccanti ricorda a tutti la soluzione prospettata dalla Corte Costituzionale per evitare il pareggio e che prova a rispettare i limiti costituzionali:
Se nessuno arriva al 40% o i vincitori sono diversi, come ricorda Ceccanti: ad impossibilia nemo tenetur.
Una formula che cerca di bilanciare governabilità e rappresentatività.
Il timore politico è chiaro: se il centrodestra parte oggi favorito in molti territori, un premio nazionale potrebbe consolidare quel vantaggio.
Per questo la sinistra continua a ripetere che ogni riforma deve partire dal ripristino di un impianto proporzionale, che costringa i partiti a costruire alleanze dopo il voto, non prima.
In pratica, le due letture del sistema italiano sono speculari:
Sul piano tecnico, un terreno comune ci sarebbe: tutti riconoscono che la legge attuale è incoerente.
Ma politicamente, questa legislatura ha esasperato lo scontro molto più di quanto abbia cercato compromessi.
Il risultato è che la riforma elettorale diventa l’ennesimo tema su cui le parti si parlano non per trovare una soluzione, ma per marcare un’identità.
Il vero tema, dunque, non è se la destra voglia blindare il proprio vantaggio o se la sinistra voglia evitare una sconfitta.
Il punto è stabilire che cosa l’Italia vuole dal proprio sistema elettorale: decidere chi governa la sera del voto, oppure rappresentare tutte le sfumature del suo pluralismo.
Finché non si scioglie questo nodo, ogni discussione si arenerà. E il rischio di paralisi resterà lì, come un’ombra sulla prossima legislatura.

Pietro Giordano è noto per il suo impegno nel movimento sindacale e nella tutela dei consumatori. Dopo la sua elezione in Presidenza nazionale della FUCI, ha iniziato la sua carriera nella CISL, ricoprendo ruoli di segretario generale provinciale e regionale nella Federazione dei braccianti, degli edili e nella FISASCAT (Federazione dei lavoratori del commercio, turismo e servizi) dove ha ricoperto la carica di Segretario Nazionale. È stato poi eletto Presidente Nazionale dell’Adiconsum, associazione dei consumatori fondata dalla Cisl. Attualmente ricopre la carica di Presidente Nazionale dell’associazione “Le Officine della Sostenibilità”.