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Il PD o è riformista o non è. Dopo la lettera di Filippo Sensi

Alberto Bianchi venerdì 11 Luglio 2025
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di Alberto Bianchi

 

Negli ultimi tempi si è aperto un vivace confronto tra i riformisti del Pd sullo stato di una cultura e politica di sinistra di governo all’interno del maggiore partito della sinistra italiana. Il dibattito ha subito una forte accelerazione dopo la bocciatura dei referendum sul lavoro, promossi dalla Cgil e sostenuti dal Pd, nonché in relazione al quadro geopolitico internazionale. Il punto delicato della questione è che il dibattito è presente tra i riformisti del partito – ed anche all’esterno di esso, a dire il vero – ma non è fatto proprio e praticato negli organismi dirigenti del Pd. E questo già costituisce un dato preoccupante su cui riflettere.

L’ultimo contributo al suddetto confronto è giunto dal senatore democratico on. Filippo Sensi, con una lettera-articolo che il parlamentare ha inviato al direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, dal titolo significativo: “Il PD o è riformista o non è. E il riformismo no: non lo si può esternalizzare” (11/07). La critica, sintetizzata nel titolo, è rivolta alla cosiddetta linea politica della “tenda riformista”, che prevede la creazione di un’area dei moderati riformisti – esterna al Pd – per controbilanciare un campo largo marcatamente spostato a sinistra.

Dico subito che condivido la tesi di fondo del senatore, che sostiene che il riformismo non può essere, rispetto al partito, esternalizzato, con affidamento in esclusiva a qualche tenda, tendina, tensostruttura o tendopoli di cui tanto si parla a sinistra negli ultimi tempi, pena l’abbandono della ragione fondante della nascita del Pd nel 2007.

Non condivido l’on. Sensi, invece, quando sembra convinto che, per contrastare l’esternalizzazione del riformismo, sia da evitare che i riformisti si pensino e si muovano per costituire una corrente organizzata, in un partito che – questo è il presupposto dell’argomentazione del senatore – è riformista nella sua matrice originaria.

Il punto dirimente, allora, diventa: che valutazione si dà del processo congressuale che ha portato l’on. Schlein alla segreteria del Pd? È stata solo una forzatura procedurale, quella che ha consentito ad una non iscritta al partito di raggiungere il vertice del medesimo? Oppure si è trattato dell’inizio di un processo più di fondo, che sta conducendo il Pd ad essere un “altro” partito, molto diverso da quello nato nel 2007? (Lettura, questa seconda, sostenuta di recente da Arturo Parisi, nell’intervista rilasciata a Vittorio Ferla su “L’Altravoce – Il Quotidiano il 05/07). Qui è il nodo. Mi convince, stando a non pochi segni ed eventi degli ultimi anni, la seconda interpretazione. E questo mi conduce, come conseguenza, a non scartare affatto l’idea che i riformisti del Pd siano obbligati a costituirsi come corrente organizzata. Per le stesse ragioni indicate dal sen. Sensi, una corrente non è – chissà mai per quale decreto divino – necessariamente una cosa negativa.

Il Partito Democratico, nato nel 2007 con l’ambizione di unire le anime riformiste della sinistra e del centro progressista, oggi appare – ed in larga parte è – molto lontano da quello fondato al Lingotto. L’avvento di Elly Schlein alla guida del partito ha segnato un netto cambio di rotta, con una maggiore enfasi su temi identitari e un linguaggio più radicale. Pur legittimo in una democrazia interna, questo orientamento ha aperto una frattura profonda tra l’originario progetto riformista e la nuova narrativa dominante.

I riformisti continuano a esistere nel PD, ma troppo spesso si confondono in un’area politica vaga e non organizzata. Questa mancanza di strutturazione ha impedito loro di esercitare un peso reale nelle decisioni, nell’agenda politica e nella selezione della classe dirigente di partito. Senza una corrente formalizzata, manca oggi ai riformisti presenti nel Pd un luogo per elaborare e presentare una coerente ed organica piattaforma programmatica ed una visione di fondo del paese, per un confronto aperto e serrato nel partito, per una visibilità mediatica. Un’area politica senza forma non ha forza nel dibattito interno agli organismi dirigenti di partito.

Costituirsi come corrente significa, allora, essere una voce autonoma, ma interna al partito, dotandosi di strumenti, leadership e visione per incidere concretamente. Non si tratta di creare un partito nel partito, ma di rendere plurale un Pd che oggi rischia l’uniformità. Una corrente riformista organizzata può fungere da argine alle derive movimentiste e radicali, restituendo dignità alla cultura del pragmatismo, della responsabilità e della mediazione democratica.

Il Pd della Schlein, pur animato da nobili ideali, non è più il contenitore ampio e inclusivo immaginato nel 2007. Questo dato di fatto impone ai riformisti una scelta di campo: continuare a vivacchiare come minoranza silenziosa, oppure ricostruirsi come soggetto politico capace di incidere, raccogliere energie ed allargare il consenso per un Pd che sia forza guida nel futuro di una sinistra di governo e di un centro sinistra credibile come alternativa al centro destra.

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