di Alessandro Maran
Ce lo chiediamo tutti, mentre ancora una volta il regime iraniano reprime con estrema violenza le proteste: il regime teocratico potrebbe crollare?
Non è la prima volta che la rabbia contro il regime si riversa nelle strade. Gli iraniani hanno ripetutamente espresso il loro malcontento dal 2009, come osserva Amwaj Media (scorrere verso il basso per l’infografica cronologica:
https://amwaj.media/…/iran-confirms-readiness-for-talks…). In quell’anno, l’ “Onda Verde”, il vasto movimento di protesta che sfidò il regime degli ayatollah, ebbe origine dalla controversa rielezione dell’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, Nel 2019, le manifestazioni contro l’aumento dei prezzi del carburante furono represse con la forza. Nel 2022, si sono verificate proteste diffuse dopo la morte, avvenuta in custodia di polizia, di Mahsa Amini, arrestata per aver asseritamente indossato l’hijab in modo improprio. Ora, come riporta la
CNN, in oltre due settimane di proteste a partire dal 28 dicembre, secondo un’organizzazione per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, sono stati uccisi più di 2.400 manifestanti (
https://edition.cnn.com/…/iran-protests-trump-01-13-26).
Gli analisti si sono già interrogati in passato sul possibile crollo del regime iraniano, ma la repressione statale ha sempre avuto successo. Questa volta potrebbe essere diverso?
Monitorando gli sviluppi, l’
Institute for the Study of War ha registrato “un numero significativamente inferiore di proteste in tutto l’Iran” dalla fine della scorsa settimana (ma aggiunge anche “valutiamo tuttavia, con un livello di fiducia da basso a medio, che le proteste si stiano verificando in misura superiore a quanto abbiamo registrato e che il regime sia riuscito a limitare la quantità di informazioni in uscita dall’Iran” e che “ci sono diversi segnali che indicano che le proteste continuano a svolgersi in aree in cui non abbiamo registrato proteste il 12 gennaio”:
https://understandingwar.org/…/iran-update-january-12…/). Tuttavia, gli analisti affermano che la situazione è più grave rispetto alle precedenti ondate di disordini.
Su
Foreign Affairs, gli studiosi Jamsheed K. Choksy e Carol E. B. Choksy dell’Università dell’Indiana scrivono: “Queste proteste esprimono un malcontento più esteso rispetto alle passate ondate di rivolte popolari in Iran”. Un crollo del rial iraniano ha inizialmente innescato queste proteste a fine dicembre, ma il deprezzamento della valuta riflette semplicemente problemi economici molto più gravi, scrivono: “Per la maggior parte degli iraniani, il Paese è diventato invivibile. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati complessivamente del 72% da gennaio 2025. Un portavoce del governo iraniano ha avvertito che potrebbero aumentare di un altro 20-30% nelle prossime settimane” (
https://www.foreignaffairs.com/…/iranian-regime-could-fall). Al
Middle East Institute, Alex Vatanka scrive: “Questo è il quinto ciclo di proteste a livello nazionale a cui l’Iran assiste in nove anni. Ogni precedente ciclo è stato accolto con repressione, concessioni tattiche e promesse di riforme; e ogni volta, il sistema ha assorbito lo shock ed è rimasto fondamentalmente immutato. Ciò che contraddistingue il momento attuale non è semplicemente l’ostinatezza dei disordini, ma il loro registro emotivo. I commenti iraniani descrivono sempre più spesso non solo le difficoltà, ma anche il crollo delle aspettative di un futuro migliore: una società intrappolata in un’incertezza cronica, dove il tempo si ferma e la vita è sospesa (…) I manifestanti oggi non sono solo più arrabbiati, sono anche più disperati” (
https://mei.edu/…/irans-political-deadlock-and-a-way…/).
Per diverse ragioni, il regime iraniano è ora sottoposto a una pressione maggiore rispetto alle passate ondate di proteste, scrive Brett H. McGurk, analista di
CNN Global Affairs ed ex collaboratore di alto rango degli Stati Uniti per il Medio Oriente (
https://edition.cnn.com/…/islamic-republic-iran…). Dopo gli attacchi statunitensi e israeliani dello scorso giugno, il regime è più debole di prima. Sta inoltre affrontando una crisi di successione senza un sostituto designato per succedere all’86enne Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei. Inoltre, Stati Uniti e Israele potrebbero colpire di nuovo. Senza contare che, come ha osservato Holly Dagres, esperta del
Washington Institute for Near East Policy, nel corso della puntata domenicale di GPS (ho segnalato l’altro ieri la conversazione con
Fareed Zakaria), il regime iraniano è ulteriormente indebolito dalla perdita di delegati regionali e dell’ex regime di Assad in Siria, alleato dell’Iran (
https://x.com/FareedZakaria/status/2010429140298543561?s=20).
I fattori che secondo gli analisti, determineranno se la leadership della repubblica islamica riuscirà a mantenere il potere, scrive Stuart Williams su
AL-Monitor, includono l’entità e il continuo slancio delle proteste, l’eventuale unione dei manifestanti attorno a un’unica figura dell’opposizione, la coesione tra l’élite iraniana, la possibilità di attacchi militari statunitensi e lo stato di salute di Khamenei (
https://www.al-monitor.com/…/big-trouble-factors…). Cosa farà appunto Khamenei? La Guida Suprema potrebbe disinnescare la situazione aprendo il sistema politico iraniano, delegando maggiore autorità al presidente e “ridimensionare le vaste istituzioni non elettive la cui influenza deriva dalla vicinanza alla Guida Suprema e dal controllo delle risorse”, scrive Vatanka del
Middle East Institute. Tuttavia, “questo è un passo che Khamenei, finora, non ha dato segno di voler compiere”.
Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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