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Il riformismo è morto. Viva il riformismo!

Alberto Bianchi martedì 2 Settembre 2025
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di Alberto Bianchi

 

“È morto il riformismo. Viva il riformismo.” Credo sia il caso di ricorrere alla celebre formula regale – quella che accompagna la morte di un sovrano e l’ascesa del legittimo erede – a conclusione della lettura dell’ottimo saggio pubblicato sul Foglio il 1° settembre, “Il riformismo è morto. Cercasi erede”, firmato dallo storico Andrea Graziosi. Con una puntualizzazione tutt’altro che marginale: se nella formula regale prevale la continuità, nel caso del saggio del professor Graziosi, la similare formula poggia su una forte discontinuità. Nondimeno, il ricorso a quella espressione resta valido anche per l’articolo del professore. Insomma: “Viva il riformismo…” sì, purché nuovo nei contenuti e nelle forme rispetto a quello che abbiamo fin qui conosciuto e sperimentato. Mi spiego.

La fine del riformismo, così come descritta nel saggio dello storico, va intesa in senso assoluto? Confesso che, a mio parere, il saggio – pur rigoroso e fecondo – non sancisce la fine del riformismo in sé, in senso assoluto, quanto piuttosto la morte relativa di una sua forma storica: quella che ha accompagnato la sinistra moderata mondiale, in primo luogo in Europa e in Italia, nel secondo dopoguerra. Un riformismo fondato su istituzioni stabili, crescita economica e fiducia nel progresso. Quel riformismo, figlio di un mondo ordinato e capace di mediazione sociopolitica e istituzionale, che tanto ha dato in passato, è oggi chiamato a un compito di lunga lena e respiro: costruire una sua propria ed inedita qualità, sia nei contenuti che nelle forme.

Graziosi lo definisce come un riformismo che, da un certo momento storico in poi, ha gradualmente perso il contatto con il linguaggio della verità. Una forma di riformismo che ha esaurito la propria forza trasformativa, diventando prevalentemente difensiva e, dunque, in grande difficoltà nell’affrontare le fratture sociali e geopolitiche che attraversano oggi l’Europa, l’Italia, l’Occidente. Questa crisi del riformismo storico coincide con una fase della storia mondiale in cui l’Europa si trova schiacciata tra due potenze che ne mettono in discussione i fondamenti: la Russia di Putin e l’America di Trump. Putin rappresenta una minaccia esterna, con la sua aggressione all’Ucraina, la sua visione imperiale e la sua strategia di destabilizzazione. Trump, invece, incarna una minaccia interna all’Occidente: con il suo disprezzo per le alleanze e il multilateralismo, la sua retorica nazionalistica e la sua azione volta a scardinare l’ordine liberale dall’interno.

L’Europa, e in particolare l’Unione Europea, priva di una strategia comune e di una leadership forte, appare come un continente che subisce più che agire. In questo contesto, la morte del vecchio riformismo non rappresenta solo una crisi di paradigma, ma una questione di sopravvivenza geopolitica per l’Europa. Segni promettenti di questa presa di consapevolezza sembrano venire avanti dalla cosiddetta Coalizione dei Volenterosi.

Nessuna resa, dunque, a un fatalistico destino di decadenza. Graziosi, nel suo pur severo saggio, lancia un appello implicito: quello a costruire una sinistra ragionevole – nome che egli stesso propone e preferisce per denominare il nuovo riformismo dei nostri tempi – capace di affrontare la complessità del presente. Una sinistra ragionevole che non si limiti a gestire l’esistente, ma sappia immaginare il futuro; che non abbia paura di dire la verità, anche quando è scomoda; che sappia parlare alle nuove generazioni, non con nostalgia, ma con visione. Una sinistra ragionevole che – per quanto riguarda l’Italia – certo non trova oggi espressione nell’attuale radicalismo del Partito Democratico guidato da Elly Schlein, sebbene i riformisti stessi siano costretti dalla realtà a dare corpo e narrazione a un inedito riformismo.

Questo nuovo riformismo, per una sinistra ragionevole, deve essere più coraggioso e più politico. Deve affrontare le grandi sfide del nostro tempo – dalla transizione ecologica alla difesa e deterrenza militare per proteggere la democrazia, dalla gestione delle migrazioni alla riforma delle istituzioni europee – con spirito costruttivo e determinazione. Non si tratta di un ritorno al passato, ma di un salto in avanti.

Il riformismo – che la sinistra moderata ha fin qui conosciuto e sperimentato in Europa, in Italia e nell’Occidente liberal-democratico – è morto perché, da una fase storica in poi, non ha saputo adattarsi ai profondi cambiamenti che esso stesso ha contribuito a innestare nella realtà. Ma il riformismo come metodo, come etica della responsabilità, come strumento di cambiamento graduale e profondo, per una nuova sinistra ragionevole, è oggi più necessario che mai. In un’Europa stretta tra Putin e Trump, tra guerra e disordine, tra paura e disillusione, il nuovo riformismo può essere la chiave per ritrovare una voce, una direzione, una speranza. Non sarà facile, ma – come scrive Graziosi – “la fatica della verità” è il prezzo da pagare per restare liberi.

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