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Il rinnovamento del gruppo FS

Alberto Bianchi domenica 25 Gennaio 2026
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di Alberto Bianchi

 

In un momento in cui l’agenda pubblica è dominata da criticità urgenti (e non può essere altrimenti) – dal tumulto dell’ordine internazionale alle tensioni che attraversano l’Europa, fino all’impegno prioritario per una campagna di merito che conduca alla vittoria del Sì nel referendum sulla giustizia – esiste tuttavia un altro tema che ogni sincero riformista non può permettersi di trascurare. È la questione, decisiva e spesso sottovalutata, di quale politica industriale – sia nei settori civili che in quelli militari – debba adottare l’Italia per sostenere e rafforzare il proprio sistema produttivo, a partire da quelle imprese che hanno una caratura strategica nazionale ed europea. Tra queste, un ruolo centrale lo occupa il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, la principale realtà del Paese nel settore dei servizi di mobilità e un attore essenziale per la competitività complessiva del sistema.

Nel suo articolo, pubblicato su Il Foglio del 24/01, “Più concorrenza, meno Stato. Il governo prepara una svolta su Fs. Tre punti” (https://www.ilfoglio.it/economia/2026/01/24/news/piu-concorrenza-meno-stato-il-governo-prepara-una-svolta-su-fs-tre-punti-8568492/), Giorgio Santilli descrive un processo delicato di riorganizzazione e riforma del Gruppo Fs che si muove lungo tre direttrici precise. La prima riguarda più concorrenza nei servizi ferroviari, un obiettivo che si traduce nell’apertura del mercato a nuovi operatori, nella possibilità di ampliare la competizione anche oltre l’alta velocità e nella volontà di ridurre il peso della posizione dominante di Trenitalia. La seconda direttrice è la riduzione del ruolo diretto dello Stato, che significa maggiore autonomia manageriale, un perimetro pubblico meno invasivo nelle scelte industriali e la possibilità di valutare forme di apertura del capitale in alcune società del gruppo. La terza riguarda la riorganizzazione interna di FS, con una separazione più netta tra chi gestisce la rete e chi eroga i servizi, una semplificazione delle catene decisionali e un riassetto complessivo che renda il gruppo più competitivo sul piano europeo. Fin qui, in estrema sintesi, il pregevole articolo de Il Foglio.

Vorrei, però, del suddetto processo di riforma industriale e di governance interna a Fs, analizzarne i risvolti più direttamente attinenti alla politica e al sindacato. I tre assi indicati da Santilli non sono neutri e si collocano al centro di un confronto politico e sindacale che va ben oltre la tecnica. Settori dei partiti della maggioranza di governo e parte dell’opposizione, nonché autorevoli protagonisti dell’economia e della finanza, sostengono da tempo la necessità di introdurre più competizione nei servizi pubblici e di ridurre l’intervento diretto dello Stato nella gestione industriale. È una sensibilità che, per l’appunto, vede nella concorrenza un fattore di efficienza e nella riorganizzazione del gruppo FS un passaggio necessario per superare rigidità accumulate negli anni. In questo quadro, il management del gruppo diventa un attore funzionale: la richiesta di maggiore autonomia operativa e di una struttura più snella si intreccia con l’orientamento del governo e di parte dell’opposizione – quantunque in quest’ultima in una collocazione e ruolo parlamentare distinti – creando una convergenza che rafforza la spinta verso la riforma.

Sul fronte dell’opposizione, la sinistra non si muove, però, in modo uniforme. Da una parte c’è la linea più radicale e identitaria – rappresentata da Elly Schlein, Giuseppe Conte e, nel sindacato, soprattutto dal Segretario confederale Maurizio Landini – che interpreta i tre punti della riforma come un attacco al ruolo pubblico e come un passo verso la privatizzazione. Per questa area, aumentare la concorrenza significa frammentare il servizio, ridurre il perimetro dello Stato equivale a indebolire un presidio democratico e riorganizzare il gruppo FS rischia di aprire la strada a gare obbligatorie e a una perdita di controllo pubblico. È una lettura che trasforma la riforma in un terreno simbolico, un luogo in cui difendere un’idea di servizio pubblico integrato e protetto.

Accanto a questa posizione, però, esiste anche una sinistra più pragmatica, riformista e liberal e, sul piano sindacale, spesso vicina alla cultura della Cisl. Questa area non considera la concorrenza un tabù, purché sia regolata; non rifiuta in assoluto una riduzione dell’intervento diretto dello Stato, se accompagnata da garanzie; e non vede nella riorganizzazione interna del gruppo Fs un pericolo in sé, ma un processo da governare. È una sensibilità che non rinuncia alla difesa del ruolo pubblico, ma che riconosce la necessità di modernizzare il settore e di evitare irrigidimenti ideologici.

Il fronte sindacale riflette questa stessa biforcazione. La Cgil, guidata da Landini, si collocherebbe senza esitazioni nel campo della critica radicale: teme che la concorrenza produca dumping contrattuale, che la riduzione del ruolo dello Stato preluda a privatizzazioni e che la riorganizzazione interna indebolisca l’integrazione del gruppo. La Uil, pur con toni meno accesi, tende a condividere molte di queste preoccupazioni. La Cisl, invece, mantiene una postura più negoziale: non abbraccia ciecamente la riorganizzazione del Gruppo Fs, ma neppure la respinge in blocco; chiede garanzie, pretende un confronto, valuta gli impatti. È una posizione che potrebbe diventare decisiva, perché consente al governo di rivendicare un dialogo sociale aperto e all’opposizione di evitare di chiudersi a riccio vedendo nella riforma solo e soltanto un’imposizione unilaterale.

Nei prossimi mesi, l’evoluzione e la riorganizzazione della governance del Gruppo Fs dipenderanno dalla capacità del governo di tenere insieme la propria maggioranza, nonché dalla scelta dell’opposizione se trasformare il tema in una battaglia identitaria o in un terreno di confronto e dalla postura dei sindacati. Se prevarrà la linea radicale, la riorganizzazione di Fs rischierà di diventare un nuovo fronte di scontro ideologico. Se, invece, prenderà spazio la sensibilità più riformatrice e pragmatica, sarà possibile una discussione meno simbolica e più concreta, in cui la questione non sarà “Stato contro mercato”, ma come garantire un servizio ferroviario moderno, efficiente e sostenibile. In ogni caso, la partita sarà politica prima ancora che industriale e, proprio per questo, tutt’altro che semplice.

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