di Alberto Bianchi
Non appena Mario Draghi ha terminato il suo discorso pronunciato all’Università di Lovanio, in occasione della laurea honoris causa conferitagli, sono piovuti, in quantità copiosa, commenti, analisi e riflessioni (https://www.policymakermag.it/dal-mondo/leuropa-e-il-federalismo-pragmatico-di-draghi-il-discorso-integrale/). Ed è bene che sia così.
A mio parere, però, c’è una tesi che attraversa tutto il suo discorso, costituendone il cuore e l’essenza: la politica non è l’arte di definire mete perfette, ma la capacità di agire anche quando la meta non è ancora completamente definita.
È un rovesciamento di prospettiva che Draghi presenta come condizione di sopravvivenza per l’Unione Europea, ma che allo stesso tempo riflette la sua concezione profonda della politica come pratica trasformativa, non come esercizio contemplativo né come modellistica identitaria.
L’Europa e il tempo che non c’è più
Draghi parte da un dato di realtà: il mondo si muove più velocemente della capacità europea di decidere. Le altre potenze agiscono, sperimentano, investono, sbagliano e correggono. L’Europa, invece, tende a cercare prima un consenso totale sulla direzione e solo dopo a muoversi. Nel discorso, Draghi formula questo punto in modo netto:
«… È solo agendo che creiamo le condizioni per agire in modo più deciso in seguito. L’unità non precede l’azione; essa si forgia prendendo insieme decisioni importanti, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e scoprendo che siamo in grado di sopportarne le conseguenze …».
E ancora:
«… La decisione di resistere … [nel caso Groenlandia – n.d.s.] … piuttosto che accettare ha richiesto all’Europa di effettuare una vera e propria valutazione strategica: mappare la nostra influenza, identificare i nostri strumenti e riflettere sulle conseguenze dell’escalation. La volontà di agire ha costretto a fare chiarezza sulla capacità di agire …».
Questi due passaggi – lo ripeto – a mio parere sono la chiave di volta dell’intero intervento. Draghi non sta semplicemente lamentando lentezze burocratiche: sta dicendo che la logica stessa dell’integrazione europea deve cambiare.
L’azione come fondamento della meta
Intendiamoci: il punto più radicale del discorso è che Draghi non contrappone azione e visione. Non dice che la meta non sia importante. Dice qualcosa di più esigente: la meta – una federazione europea – diventa credibile solo se è preceduta da azioni che la rendono possibile.
Insomma, per Draghi l’azione sembra avere tre funzioni politiche decisive: crea precedenti, perché ogni passo compiuto diventa un nuovo standard europeo; genera fiducia, poiché i cittadini credono nell’Europa quando vedono risultati, non quando ascoltano promesse; costruisce capacità, perché solo agendo si sviluppano strumenti, competenze, istituzioni.
In questa prospettiva, l’Europa potenza non è un progetto da annunciare, ma una meta che si costruisce attraverso atti concreti. È un approccio che Draghi ha applicato anche nella sua esperienza istituzionale: l’idea che la politica sia efficace quando produce fatti che cambiano il campo di gioco, non quando si limita a descriverlo.
Una concezione della politica che ha radici profonde
Il primato dell’azione non è un’invenzione contemporanea. Dalle parole del discorso di Lovanio, a me pare che si possa dire che Draghi si collochi – consapevolmente o meno e, soprattutto, in un modo proprio – in una tradizione di pensiero che ha visto nell’azione il motore della trasformazione politica. Al riguardo, due riferimenti sono particolarmente pertinenti.
John Dewey, filosofo pragmatico vicino alla tradizione progressista americana, sosteneva che la democrazia è un metodo, non uno stato finale, e che le istituzioni si costruiscono attraverso esperimenti, aggiustamenti, tentativi. Per Dewey, come per Draghi, l’azione precede la teoria, perché solo l’esperienza genera conoscenza politica.
Eduard Bernstein, padre del socialismo riformista europeo, criticava l’idea di un fine ultimo già definito (la “meta finale”) e sosteneva che il movimento è tutto, il fine è nulla. Naturalmente, Draghi non riprende quella formula, ma la logica è affine: la trasformazione politica non nasce da un progetto perfetto, ma da una serie di passi concreti che costruiscono la direzione mentre la si percorre.
Questi riferimenti – e altri potrebbero essere evocati – mostrano che il discorso di Lovanio non è solo un appello tecnico alla rapidità decisionale: è una visione della politica come processo dinamico, in cui l’azione è la condizione stessa della possibilità di una meta.
Perché questo è il cuore del discorso
Draghi sa che parlare di “Europa potenza” rischia di essere retorico se non si scioglie il nodo fondamentale: l’Europa non diventerà una potenza perché lo decide, ma perché agisce come tale. La sua tesi, in fondo, è semplice e radicale: l’Europa non può più aspettare la perfezione; deve accettare l’incompletezza come condizione normale; deve agire per costruire la meta, non attendere che la meta sia definita per agire.
È un invito a una maturazione politica: passare da un’Europa che discute a un’Europa che agisce. Solo così, sostiene Draghi, la meta di un’Europa potenza può diventare credibile.
Draghi è un figlio del migliore Novecento italiano ed europeo. Da tempo, però, è anche una bussola e un riferimento politico prezioso in questo primo e tumultuoso venticinquennio del secolo-millennio: il XXI.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.