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La decisione che serve alla politica

Danilo Di Matteo martedì 5 Settembre 2023
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di Danilo Di Matteo

 

Etimologicamente decidere o decisione rinviano al verbo recidere, tagliare, tagliar via. Eppure la decisione, intesa come scelta dirimente (critica, se si vuole), può unire, anziché dividere. Per Carl Schmitt unisce la decisione assunta nell’interesse dell’insieme dello Stato rispetto agli interessi particolari, ad esempio. E qui – va riconosciuto – possiamo riscontrare almeno l’eco di una concezione autoritaria e poco incline al pluralismo. Ma non si può negare che a volte una scelta alta, compiuta nel superiore interesse di tutti (o dei più), consente di superare le derive della lottizzazione e della “spartitocrazia”. Le classiche scelte che fanno di un politico, collocato al governo o all’opposizione, uno statista.

Certo, vi sono situazioni nelle quali l’atteggiamento volto a decidere – il cosiddetto decisionismo – risulta “divisivo”. Spesso in tali casi, come mostra la parabola craxiana, si creano due fronti o blocchi: uno pro e uno avverso al “decisionista”. E in ciascuno si annidano spinte innovatrici e incrostazioni parassitarie, corporative e conservatrici, tanto che diventa arduo discernere. E molte volte, come notava con il suo proverbiale acume Marco Pannella, i “blocchi” risultano paralizzanti: blocco di qua, blocco di là, il risultato è… il blocco del sistema, inteso come stasi, stagnazione, imputridimento.

Altre volte, tuttavia, la scelta trasparente e univoca, la decisione netta, lungi dal rappresentare una mera testimonianza, contribuiscono a una maggiore chiarezza e unità. È avvenuto spesso, poniamo, con i referendum. Mi è capitato di recente di ricordare come quello sul divorzio abbia unito i cattolici del “no” (all’abrogazione) e i radicali, La Malfa e Malagodi, Saragat e Nenni. E il referendum sulla scala mobile del 1985 ha fatto luce sull’assetto sociale dell’Italia, con i ceti medi urbani ormai arbitri del gioco politico-elettorale e con una classe operaia in ritirata. Detto altrimenti: dall’evento divisivo per antonomasia – il referendum – può scaturire, quasi paradossalmente, maggiore coesione, soprattutto sociale e culturale, spazzando via o ridimensionando antichi e anacronistici schemi e steccati. 

Se a ciò aggiungiamo l’esortazione a decidere e a decidersi che non di rado proviene da giganti del pensiero filosofico o teologico, il quadro si fa ancora più chiaro. Prendere posizione, e non con il chiacchiericcio virtuale e la polemica egocentrica, bensì con tutto quel che comporta in termini di libertà e di responsabilità, costituisce un passaggio essenziale, magari di essenziale rottura, nella vita dei singoli come dei popoli, dei gruppi come dei continenti. Un momento ineludibile di crescita, rispetto alla finzione e alla parvenza di un’unità senza contenuto e senza sostanza. Sinonimo, quest’ultima, di declino ineluttabile.

 

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