di Alberto Bianchi
Sono convinto che, di un evento politico — raduno o manifestazione che sia — molto si possa comprendere dal tipo di linguaggio, dai lemmi e dallo stile adottati per l’occasione. Mi riferisco, nello specifico, al raduno dei democratici che si riconoscono nel Correntone di Franceschini, Orlando e Speranza, svoltosi a Montepulciano il 29 e 30 novembre scorsi. Procedo.
Tipo di lingua
È stato utilizzato un italiano istituzionale e paludato, forse anche troppo, con formule che hanno prodotto la parodia di un congresso di partito degli anni ’80. Dico “parodia”, oggi, perché i congressi nazionali dei partiti della Prima Repubblica — Dc, Pci, Psi e tutti gli altri — furono espressione di ben altra ed alta qualità di pensiero e di azione.
Frasi ostentatamente complesse e lunghe, piene di subordinate, che sembrano — solo in apparenza — il frutto del nobile registro dell’ipotassi latina: in realtà sono costruite apposta per non dire nulla. Lessico astratto e autoreferenziale, con parole come “sfida”, “responsabilità”, “unità”, “dialogo”, “partecipazione”, ripetute quasi fossero un rosario. Franceschini: “unità” e “responsabilità”; Orlando: “diritti” e “costituzione”, ma sempre in tono da manuale scolastico; Speranza: “giovani” e “futuro”, evocati come entità mitologiche, mai come soggetti reali. Schlein: “uguaglianza”, “inclusione”, “lotta”, parole che suonano come slogan di un corteo studentesco, ma svuotate di concretezza.
Stile di pronuncia
Non parliamo, poi, dello stile di pronuncia. Franceschini, con tono da cerimoniere e pause solenni che sembrano fatte per dare tempo al pubblico di sbadigliare; Orlando, con inflessione da professore liceale, monocorde, che trasforma ogni concetto in un compitino di diritto; Speranza, con voce impostata da predicatore, che carica di enfasi concetti banali. Schlein, con ritmo sincopato e parole scandite come hashtag, più adatte a un post su Instagram che a un discorso politico.
Effetto complessivo
Il risultato è stato quello di una lingua che non comunica ma recita; di un linguaggio che non persuade ma anestetizza; di una pronuncia che non trascina ma accompagna verso l’uscita. Il raduno di Montepulciano del Correntone è sembrato più una degustazione di retorica annacquata che un appuntamento politico. Franceschini ha scandito “unità” e “responsabilità” con la passione di un notaio che legge un testamento. Orlando ha trasformato il palco in un’aula di diritto costituzionale, dimostrando che la politica può essere più soporifera di un manuale di procedura civile. Speranza ha declamato con tono apocalittico concetti che avrebbero fatto sorridere persino un catechista di provincia: “la sfida epocale”, “il futuro dei giovani”, “l’Europa come casa comune”. Infine, Schlein, che ha portato il suo stile da influencer impegnata: parole scandite come hashtag, ma senza mai un dettaglio concreto. Sembrava più un reel motivazionale che un discorso politico.
Se qualcuno avesse chiuso gli occhi durante il raduno, avrebbe potuto credere di assistere a una replica di un vecchio congresso doroteo democristiano, con la differenza che almeno lì c’erano scintille di conflitto e di pensiero politico.
Insomma, a Montepulciano abbiamo ascoltato la sublimazione dorotea del linguaggio politico in chiave parodistica. Ma i convenuti in Toscana dovrebbero sapere che il Monastero di Santa Dorotea, tanto amato da molti democristiani della Prima Repubblica, si trova a Roma, nel rione Trastevere. Sbagliare luogo è un grave errore liturgico, come sapevano gli antichi romani e i primi martiri cristiani, che di queste cose se ne intendevano. E non solo liturgico, perché ha pure un effetto politico negativo.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.