di Alberto Bianchi
Il Sì al referendum come occasione di “merito” per il sistema politico-costituzionale
Non è certo un sottrarsi al confronto di merito sul quesito del prossimo referendum sulla riforma della giustizia se la riflessione che propongo parte dal ricordare che, all’indomani delle elezioni regionali dell’autunno 2025, l’Istituto Cattaneo – Fondazione per la ricerca e l’analisi dei dati e dei flussi delle consultazioni elettorali nazionali e locali – ha fotografato con precisione chirurgica lo stato del sistema politico italiano: un quadro cristallizzato, in cui centrodestra e centrosinistra ‘largo’, cioè comprensivo del M5S, si fronteggiano con consensi pressoché immobili.
“Un sostanziale equilibrio”, scriveva il Cattaneo nei propri documenti d’analisi, che però nasconde un dato ancora più significativo: la fuga degli elettori – in particolare del voto di opinione – verso l’astensione, ormai divenuta la vera maggioranza silenziosa del Paese (Rapporti dell’Istituto Cattaneo del 30 ottobre e del 25 novembre 2025). Qualcuno si chiederà, forse, se la valutazione dell’Istituto Cattaneo sul sistema politico italiano sia pertinente o meno rispetto al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Eppure, a ben vedere, il rapporto Cattaneo una sua utilità ce l’ha, almeno su un piano puramente esplicativo e descrittivo della questione.
Dal voto identitario al voto di opinione: la sfida del referendum
Il paradosso italiano, difatti, è questo: due blocchi contrapposti che si alimentano quasi esclusivamente di voto identitario di appartenenza, mentre milioni di cittadini scelgono di non scegliere. L’analisi del Cattaneo ha messo in evidenza che gli ultimi anni della cosiddetta Seconda Repubblica – un tempo caratterizzati da un elettorato mobile e decisivo – hanno lasciato spazio a un panorama irrigidito, nel quale la partecipazione si ritrae e la politica fatica a rivolgersi a chi non si riconosce più nelle appartenenze tradizionali.
In questo scenario, il referendum sulla giustizia può rappresentare una scossa salutare: non è e, soprattutto, non deve essere strumentalizzato o piegato all’obiettivo di dare una spallata al governo. Pensare di abbattere l’esecutivo in carica attraverso la campagna ed il voto referendario è puro ideologismo. È noto che ogni referendum non è mai soltanto un voto tecnico: è un’occasione per rimettere in moto il cuore pulsante della democrazia, di cui il voto di opinione è una componente essenziale. Questa è la portata politico‑sistemica di ogni referendum, non certo la pretesa ideologica di utilizzarlo per sanzionare le sorti di un governo o di una legislatura. I governi e le legislature sono decisi dalle elezioni politiche generali.
Il merito del quesito referendario
Dunque, perché il referendum possa costituire un impulso positivo e rinvigorente per il sistema politico-costituzionale, è necessario che gli italiani siano chiamati a pronunciarsi sul merito della riforma: separazione delle carriere, nuovo assetto del CSM, istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Solo un confronto autentico su questi temi può trasformare il referendum in un laboratorio di partecipazione reale.
La separazione delle carriere non è uno slogan, ma una questione strutturale che riguarda l’indipendenza del giudice, la terzietà del processo e la chiarezza dei ruoli tra chi accusa e chi giudica. Discuterne seriamente significa restituire dignità al dibattito pubblico, riportando la politica su un terreno in cui contano le idee e non le tifoserie. È proprio questo il tipo di confronto che può parlare ai cittadini disillusi, a chi ha smesso di votare perché non vedeva più un nesso tra la propria scelta e un cambiamento reale.
Il Sì come scelta di responsabilità istituzionale
Chi sostiene il Sì tende a presentarlo come una scelta di responsabilità istituzionale, non come un voto di appartenenza. Separare le carriere, in questa prospettiva, significa rendere più trasparente il processo penale, rafforzare la fiducia nella giustizia ed evitare sovrapposizioni che nel tempo hanno alimentato opacità e diffidenze. È un messaggio che può intercettare quel voto di opinione che non si mobilita più per i leader, ma per i principi.
Il merito, in questo senso, diventa un antidoto alla polarizzazione. Mentre la politica appare spesso come un’arena di conflitti sterili, il referendum consente di concentrarsi su un singolo nodo, senza dover “comprare un pacchetto completo” come accade nelle elezioni politiche. Quando il dibattito è serio, documentato e non gridato, anche chi si è ritirato può sentirsi nuovamente coinvolto.
Ma il rischio è dietro l’angolo. Se il quesito verrà ridotto a un plebiscito ideologico – “sì o no al governo, sì o no all’opposizione” – il Paese non farà che riprodurre la stessa sterile polarizzazione che, come ha mostrato il Cattaneo, ha già cristallizzato il sistema politico italiano. Sarebbe l’ennesima occasione mancata.
La scelta dei riformisti
Per questo i riformisti del Partito Democratico e del centrosinistra – socialisti, laici e cattolici – hanno scelto di puntare sul confronto di merito. Non un referendum come arma di scontro ideologico, ma come occasione per discutere davvero di giustizia e di istituzioni. È una linea che guarda allo scongelamento, alla ripresa di movimento e al recupero del voto di opinione, oggi ibernato nell’astensionismo, e che prova a riportare al centro della scena quella parte di Paese che non si riconosce più nei rituali della contrapposizione identitaria.
Per i riformisti, il referendum diventa così un banco di prova: dimostrare che la politica può ancora essere ragionamento, non solo appartenenza. E che il merito, se rimesso al centro, può riattivare energie democratiche che sembravano perdute.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.