di Pietro Giordano
Tra riformismo e antagonismo, il conflitto irrisolto di una sinistra che deve scegliere se governare il cambiamento o rifugiarsi nella protesta permanente
C’è una parola che attraversa come un filo rosso l’intervista a Daniela Fumarola e le riflessioni di Massimo Gibelli: responsabilità. Ed è proprio su questo terreno che la sinistra italiana appare oggi divisa, incerta, spesso incapace di riconoscersi in una visione condivisa. Non è solo una frattura sindacale tra Cisl e Cgil, né una disputa tattica sugli scioperi o sulla manovra economica. È qualcosa di più profondo: riguarda l’idea stessa di sinistra, il suo rapporto con il lavoro, con il conflitto sociale e con il governo della complessità.
Da una parte emerge un approccio che potremmo definire riformista, pragmatico, non subalterno ma nemmeno antagonista per principio. È la linea che Fumarola rivendica con forza: un sindacato che non rinuncia al conflitto, ma lo considera uno strumento e non un’identità; che preferisce la contrattazione allo slogan, il confronto alla “rivolta sociale” evocata come scorciatoia retorica. In questa visione, la sinistra sociale non vive di piazze rituali ma di risultati verificabili: salari che crescono, produttività redistribuita, investimenti in formazione, politiche industriali che tengono insieme lavoro, impresa e ambiente.
Dall’altra parte c’è una sinistra – sindacale e politica – che sembra aver scelto la via della protesta permanente. Una sinistra che alza continuamente il tono dello scontro, moltiplica scioperi generali, referendum e parole d’ordine radicali, ma fatica a tradurre questa mobilitazione in conquiste concrete. È qui che il “landinismo”, più che una linea sindacale, diventa una cifra culturale: l’idea che l’identità si costruisca soprattutto nell’opposizione, anche quando questa rischia di diventare autoreferenziale.
Le parole di Massimo Gibelli, uomo cresciuto nella Cgil storica di Pizzinato, Cofferati e Camusso, suonano come un campanello d’allarme. Non parlano da avversario ideologico, ma da testimone interno che vede smarrirsi una tradizione. La Cgil che aveva saputo essere progetto, elaborazione, proposta di governo del cambiamento, oggi – nel suo racconto – appare sempre più simile a un sindacato d’opposizione, vicino per metodo e linguaggio ai movimenti più radicali, meno capace di rappresentare l’insieme del mondo del lavoro. Una trasformazione che non riguarda solo la Cgil, ma riflette una crisi più ampia della sinistra italiana, spesso tentata dalla testimonianza invece che dalla responsabilità.
Il nodo non è rinunciare al conflitto. Nessuno, nemmeno Fumarola, lo propone. Il conflitto resta “il sale della democrazia”. Ma quando diventa compulsivo, quando perde il nesso con obiettivi raggiungibili, quando si sostituisce alla capacità di costruire alleanze sociali e politiche, finisce per indebolire chi lo pratica. E soprattutto allontana proprio quei lavoratori, giovani, precari, famiglie a basso reddito che la sinistra dice di voler difendere.
C’è poi un altro elemento che interroga la sinistra: il rapporto con la complessità del mondo contemporaneo. Transizione digitale, intelligenza artificiale, crisi demografica, lavoro povero, spopolamento delle aree interne, declino industriale. Davanti a questi nodi, la risposta non può essere il ritorno a slogan novecenteschi. Servono politiche industriali, formazione continua, partecipazione dei lavoratori ai processi di innovazione, un’idea di sviluppo che non sia né neoliberista né puramente redistributiva. Anche qui, la proposta di un “patto di responsabilità” suona come una sfida alla sinistra politica: essere forza di governo del cambiamento, non solo coscienza critica.
Lo stesso vale su temi delicati come la pace, l’Ucraina, la giustizia. La posizione della Cisl – pace giusta, senza umiliazione della vittima; confronto informato sul referendum, senza demonizzazioni – contrasta con una polarizzazione che spesso trasforma ogni questione in un referendum identitario. Una sinistra che urla sempre rischia di non essere ascoltata quando avrebbe davvero ragione.
Il bivio, dunque, è chiaro. La sinistra può scegliere di essere un soggetto riformatore, capace di sporcarsi le mani nella “creta della realtà”, come dice Fumarola, accettando il rischio del compromesso pur di cambiare le cose. Oppure può continuare a rifugiarsi in una opposizione permanente, che consola chi la pratica ma produce poca giustizia sociale. La storia del movimento dei lavoratori insegna che i diritti non si difendono solo gridandoli, ma costruendo le condizioni perché diventino realtà.
Oggi più che mai, in un paese segnato da bassi salari, precarietà diffusa e sfiducia nelle istituzioni, alla sinistra non serve alzare il volume. Serve ritrovare una voce credibile. E soprattutto un’idea di futuro che non si limiti a dire contro cosa si è, ma sappia dire, con chiarezza, per che cosa si lotta.

Pietro Giordano è noto per il suo impegno nel movimento sindacale e nella tutela dei consumatori. Dopo la sua elezione in Presidenza nazionale della FUCI, ha iniziato la sua carriera nella CISL, ricoprendo ruoli di segretario generale provinciale e regionale nella Federazione dei braccianti, degli edili e nella FISASCAT (Federazione dei lavoratori del commercio, turismo e servizi) dove ha ricoperto la carica di Segretario Nazionale. È stato poi eletto Presidente Nazionale dell’Adiconsum, associazione dei consumatori fondata dalla Cisl. Attualmente ricopre la carica di Presidente Nazionale dell’associazione “Le Officine della Sostenibilità”.