di Alfonso Pascale
La cosa che maggiormente rattrista nel voto del parlamento europeo, con cui l’accordo di libero scambio Ue-Mercosur è rinviato alla Corte di Giustizia e, dunque, bloccato, non è la decisione in sé, esito quasi inevitabile dei crescenti nazionalismi nel vecchio continente. Ma è vedere un’opinione pubblica indotta artificiosamente a percepire un nesso tra il vergognoso atto di autosabotaggio di una accozzaglia trasversale di deputati europei e il malessere di agricoltori non più rappresentati da nessuno.
Non si è trattato di un incidente di percorso. Il rinvio è stato favorito da defezioni trasversali rispetto alla linea ufficiale dei gruppi: nel PPE 43 deputati (soprattutto francesi, polacchi e ungheresi), nei Socialisti 35 (spinte da francesi e rumeni), tra i Liberali 24, tra cui Gozi di Renew votato in Francia; divisioni profonde anche tra i Conservatori, con 35 eurodeputati a favore tra cui i polacchi e 39 contrari, tra cui i meloniani. Compatti a favore del rinvio risultano Patrioti (tra cui la Lega), Sinistra UE e gran parte dei Verdi (compresi i 5stelle ma eccetto tedeschi e danesi). Una convergenza disfattista di forze diversissime unite non da un progetto, bensì dalla volontà di bloccare l’azione europea.
Mentre l’ordine mondiale viene demolito dalle picconate delle autocrazie e dagli Usa di Trump, l’Ue mostra tutta la sua debolezza per l’incapacità delle leadership europeiste di compiere scelte strategiche all’altezza delle sfide esistenziali incombenti.
Il virus nazionalista ormai si annida anche nelle grandi famiglie politiche europee, le cui culture sono storicamente alla base del processo di integrazione del vecchio continente. E la loro attuale fragilità ideale e culturale emerge ogni giorno in ogni ambito dell’azione politica. Tragicomico è stato ieri assistere al divario tra le parole auliche usate nei discorsi a Davos e i penosi comportamenti consumati nell’aula parlamentare.
I trattori non c’entrano nulla con l’esito di questo gesto suicida compiuto dal parlamento europeo. Ci sarebbe comunque stato tale risultato. Non tragga in inganno il grido di vittoria del drappello verde che protestava. Coloro che guidavano quella manifestazione hanno soltanto colto un’occasione per acquisire la benevolenza dei propri associati. Ma è un inganno. L’accordo Ue-Mercosur non costituisce alcun rischio per l’agricoltura europea. Le organizzazioni professionali mentono spudoratamente quando paventano pericoli derivanti dall’apertura di nuovi mercati. Indicano un bersaglio sbagliato perché sanno benissimo una verità che vogliono nascondere: è la Pac, come questa oggi si presenta e viene gestita, ad essere la vera causa delle difficoltà dell’agricoltura europea.
Altro che più fondi per il settore! E’ invece necessario modificare profondamente l’attuale politica andando alla radice del suo male: l’aiuto diretto ad ettaro, una misura che inibisce la capacità imprenditoriale dell’agricoltore, frena il ricambio generazionale e blocca l’innovazione.
Nell’Ue non esiste una politica agricola europea anche se è finanziata dal bilancio unionale, ma ci sono 27 politiche agricole, ognuna diversa dall’altra. La Pac andrebbe, invece, sdoppiata. Si tratta di riconsegnare alla sovranità esclusiva di Bruxelles quelle azioni che solo a livello unionale possono essere svolte in modo efficace per garantire la sicurezza alimentare europea (così come avveniva prima del Trattato di Lisbona del 2009). E, nel contempo, occorre trasferire alla sovranità esclusiva degli stati nazionali tutte le altre competenze, in modo che questi ultimi rispondano direttamente ai propri cittadini degli esiti delle politiche adottate.
Intanto, si comincino a modificare profondamente i meccanismi di intervento, distinguendo con nettezza i beneficiari: le imprese che producono per il mercato e le aziende che, soprattutto nelle zone interne, svolgono funzioni non solo economiche, bensì ambientali e sociali. Come diceva Rossi-Doria: politiche diverse per agricolture diverse. E poi eliminare ogni ostacolo normativo per introdurre nel settore ogni innovazione tecnologica a partire dalla genetica fino all’intelligenza artificiale.
Gli accordi di libero scambio sono grandi opportunità per le imprese agricole che guardano ai mercati internazionali. Certo, c’è il problema delle importazioni. Ma gli accordi promossi dall’Ue sono tutti forniti di quelle clausole di salvaguardia che tutelano gli agricoltori europei. Bisogna solo rafforzare normative e strumenti che garantiscano l’effettiva reciprocità. Si tratta di regolamenti unionali, la cui predisposizione e approvazione è del tutto indipendente dagli accordi e dalle procedure di ratifica. Per questo è stata una vittoria di Pirro quella vantata dalle organizzazioni agricole, mentre un folto drappello di parlamentari cosiddetti”europeisti” si univa ai sovranisti per colpire alle spalle l’Unione europea.
Presidente del CeSLAM (Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani). Dopo una lunga esperienza di direzione nelle organizzazioni di rappresentanza dell’agricoltura, nel 2005 ha promosso l’associazione “Rete Fattorie Sociali” di cui è stato presidente fino al 2011. Docente del Master in Agricoltura Sociale presso l’Università di Roma Tor Vergata, si occupa di sviluppo locale e innovazione sociale. Collabora con istituzioni di ricerca socioeconomica e di formazione e con riviste specializzate. Ultima pubblicazione: CYBER PROPAGANDA. Ovvero la promozione nell’era dei social (Edizioni Olio Officina, 2019).
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