di Alberto Bianchi
Quel che sta avvenendo in Venezuela nell’ultime ore richiede di essere analizzato innanzitutto in una prospettiva internazionale e geopolitica globale. Per comprendere la portata degli eventi in corso a Caracas, difatti, è necessario sospendere temporaneamente ogni giudizio di valore sull’ideologia e sulla natura illiberale, dittatoriale, corruttiva e criminale narco-trafficante del regime di Nicolás Maduro: sospensione temporanea che non è assolutamente – sia ben chiaro – un modo per assolverlo, ma per evitare che la valutazione del contesto internazionale venga messa in ombra da considerazioni di altro tipo, etico-filosofiche o moralistiche. Solo così è possibile cogliere le dinamiche di potenza, le strategie regionali e le implicazioni sistemiche che stanno modificando nel profondo le relazioni e gli equilibri internazionali a partire da Stati Uniti, Russia e Cina.
L’attacco militare statunitense al Venezuela non è un episodio isolato, ma l’espressione di una traiettoria strategica già delineata nell’ultima Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, dove il continente americano viene definito come spazio di assoluta pertinenza geopolitica di Washington. Una formulazione che ripropone, in forma aggiornata ai nostri tempi, la logica della Dottrina Monroe. Ma ciò che colpisce oggi non è tanto la riproposizione di una vecchia dottrina statunitense, quanto è la sua trasformazione qualitativa.
L’egemonismo influente istituzionalizzato americano nel mondo
Per decenni, gli Stati Uniti hanno esercitato – sul piano globale – un egemonismo influente istituzionalizzato. E dico propriamente egemonismo influente istituzionalizzato perché espressione non di un impero classico fondato su colonie o domini territoriali diretti, bensì del potere globale dello Stato guida, raccolto storicamente in forme istituzionalizzate politiche e militari, che gli Stati Uniti hanno esercitato dal secondo dopoguerra, in un quadro di reciproco beneficio con i propri alleati nel mondo e in Europa e senza privilegiare un esteso e sistematico uso della forza militare per conquiste territoriali dirette. Il ricorso alla potenza militare è avvenuto sempre nell’ottica prevalente della strategia del “containment” del nemico strategico principale del momento. Tale egemonismo ha garantito stabilità, regole comuni e prosperità, consentendo all’Europa stessa di crescere e integrarsi, pur riconoscendo la leadership statunitense. Non sono mancate le contraddizioni, certo, ma è stato, nondimeno, un ordine condiviso.
Dall’egemonismo influente istituzionalizzato all’neo-imperialismo: estrattivo per l’Europa, neocoloniale per l’America latina
Oggi, però, la forma di leadership americana dominante nel lungo secondo dopo- guerra, almeno fino al mitico 1989, è da diversi decenni largamente superata, lasciando spazio – solo adesso ne abbiamo coscienza piena – a una sua involuzione, registrata documentalmente nell’ultimo rapporto Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. E mentre verso l’Europa, l’America di Trump ha modificato l’egemonismo influente istituzionalizzato in neo-imperialismo estrattivo, basato su dipendenze energetiche, tecnologiche e militari che riducono l’autonomia strategica del continente europeo; verso l’America Latina – e l’attacco militare al Venezuela ne è una evidenza – la metamorfosi assume addirittura alcuni tratti più marcati di neo-imperialismo coloniale classico, fatto di interventi militari diretti e rovesciamenti di regimi indesiderati o non allineati.
In questo quadro, il parallelo con la Russia in Ucraina non è un artificio polemico, ma un dato geopolitico rilevante: entrambe le potenze, Russia e Stati Uniti, rivendicano una sfera d’influenza “naturale” e giustificano l’uso della forza come strumento di tutela dei propri interessi strategici. Cambiano le narrazioni, non la logica.
La sinistra europea e italiana di fronte al Venezuela e all’attacco militare di Trump
Ma quanto sta succedendo in queste ore a Caracas, squarcia – a mio parere – anche il velo che fin qui ha celato le ambiguità, le divisioni e le reticenze della sinistra europea e italiana al cospetto del Venezuela di Nicolás Maduro. E che questo svelamento avvenga – paradossalmente – a seguito di un’azione grave militare del nemico della sinistra mondiale, Donal Trump, è semmai un’aggravante. Nel Parlamento europeo, le famiglie politiche della sinistra – dalla sinistra radicale ai verdi, fino addirittura a partiti o componenti dei socialisti europei – hanno spesso espresso posizioni non univoche, oscillando tra la denuncia delle violazioni democratiche e della natura illiberale del regime venezuelano e la diffidenza verso risoluzioni del Parlamento di Strasburgo considerate come strumenti di una politica estera inter-atlantica troppo interventista verso Maduro da parte europea e statunitense. In Italia, questa ambivalenza è stata ancora più evidente: una parte della sinistra ha mantenuto un atteggiamento prudente o silenzioso nei confronti del regime venezuelano, mentre altre forze hanno espresso critiche più nette solo in momenti di particolare repressione.
Da qui scaturisce una debolezza politica grave della sinistra italiana nel suo insieme. Come può la sinistra contrastare efficacemente e dare corpo ad una battaglia di opposizione, sul piano interno e su quello europeo, contro: il neo-imperialismo di Trump, estrattivo in Europa, neo coloniale in America latina; il neo imperialismo territoriale di Putin nell’altopiano Sarmatico; i regimi illiberali come quello di Maduro, se non cancella le proprie ambiguità, reticenze e oscillazioni, nelle quali ancora è impantanata sul terreno della politica estera europeista e della collocazione internazionale dell’Italia?
E come può la sinistra, in tale condizione politica ambigua ed oscillante, contrastare le evidenti contraddizioni ed i limiti di un Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Giorgia Meloni, oscillante, a sua volta, tra fedeltà filo trumpista ed Europa potenza?
Una diversa postura dei riformisti del Pd
Diversa la postura – è importante ricordarlo – di non pochi riformisti del Partito Democratico e di una sinistra ragionevole, tradizionalmente più europeisti e atlantisti, che tendono a collocarsi su posizioni più chiare nella condanna dei regimi autoritari e sono meno inclini a indulgere verso governi che, pur dichiarandosi anti‑imperialisti, adottavano pratiche illiberali. Questa frattura interna riflette una tensione più ampia nella sinistra europea: tra antioccidentalismo pacifista e la necessità di una politica estera coerente con i principi liberal-democratici.
Per un egemonismo influente istituzionalizzato europeo.
L’attacco al Venezuela, dunque, non è solo un episodio di politica estera: è un ulteriore segnale della trasformazione profonda della postura statunitense e, allo stesso tempo, anche un banco di prova per tutte le culture politiche europee, riformisti compresi. Se l’egemonismo influente istituzionalizzato americano in Europa lascia il posto a un imperialismo estrattivo che erode la sovranità di quest’ultima; se in America latina si ripropone un imperialismo americano di tipo neo-coloniale; se nel cuore dell’Europa c’è il ritorno di un neo-imperialismo russo territoriale; allora è prioritario comprendere che il messaggio esistenziale più urgente riguarda proprio l’Europa: nel mentre si ripropongono, in forme aggiornate ai tempi nostri, le sfere di influenza imperiali di Usa, Russia e Cina, l’Europa rischia di essere al più una spettatrice.
Dunque, per non finire ad essere solo un terreno di contesa tra potenze straniere, l’Europa non può più limitarsi a difendere il proprio paradigma mercantilistico‑normativo: deve diventare un attore strategico, una potenza autonoma capace di esercitare un proprio egemonismo influente istituzionalizzato europeo, su base federativa ma volontaria, garantendo sicurezza e deterrenza militari, leadership tecnologica, autonomia economico-finanziaria e iniziativa globale. Solo così potrà essere soggetto di potenza nella contesa internazionale fondata su un’inevitabile e dinamico concerto di zone di influenza – multipolare ed equilibrato – di cui anche una zona d’influenza europea ne faccia parte.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.