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L’Europa deve imparare a contare nel mondo reale

Alberto Bianchi mercoledì 7 Gennaio 2026
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di Alberto Bianchi

 

Di fronte a un mondo attraversato da crisi e azioni di forza – dalla guerra lanciata dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina all’intervento militare statunitense in Venezuela, dalle tensioni in Medio Oriente che coinvolgono Gaza e l’Iran fino alle mire statunitensi sulla Groenlandia e quelle cinesi su Taiwan – è legittimo domandarsi se l’Europa possa davvero limitarsi a richiamare il rispetto del diritto internazionale, come se questo fosse di per sé sufficiente a conferirle un ruolo di potenza geopolitica. La domanda è tutt’altro che retorica: in un contesto in cui altri attori plasmano la realtà con decisioni unilaterali, strumenti di forza e strategie di influenza, l’Europa rischia di apparire ancorata a un paradigma normativo che, pur essendo un pilastro della sua identità, non basta a garantirle un peso effettivo nello scenario globale.

La formula dell’uno + quattro

La politica, nel suo significato più profondo, è l’arte di orientare la convivenza collettiva attraverso decisioni che definiscono priorità, valori e strategie. Quando si sposta lo sguardo dal livello interno a quello internazionale, la politica assume inevitabilmente una dimensione di confronto tra attori dotati di interessi divergenti e capacità asimmetriche. È qui che entrano in gioco altri quattro fattori fondamentali: la forza, la potenza, la sfera di influenza e il diritto internazionale, quattro elementi che, per il tramite della politica, non si escludono ma si condizionano reciprocamente.

La forza rappresenta la capacità immediata di incidere sulla realtà, spesso attraverso strumenti materiali: militari, economici, tecnologici. È un concetto operativo, legato alla possibilità di ottenere un risultato anche in condizioni avverse.

La potenza, invece, è una categoria più ampia: non coincide con la forza, ma la ingloba. È la capacità strutturale di un soggetto politico di orientare il comportamento altrui, di modellare l’ambiente internazionale, di imporre o proporre visioni del mondo. La potenza è forza più legittimità, forza più attrattività, forza più capacità di costruire regole.

La sfera di influenza è la proiezione esterna della potenza. Non è necessariamente un dominio formale, ma un’area in cui un attore geopolitico riesce a far prevalere i propri interessi, a stabilire standard, a condizionare scelte politiche ed economiche di altri soggetti. Le sfere di influenza non sono un residuo del passato: continuano a esistere, anche se spesso si manifestano in forme più sottili, attraverso infrastrutture, dipendenze energetiche, reti digitali, investimenti strategici, alleanze di sicurezza.

Il diritto internazionale, infine, tanto evocato in questi anni di tumulto mondiale – tanto da chi parla con cognizione di causa e senso giuridico e politico, quanto da chi invece straparla ed è in confusione e malafede ideologica – è il tentativo di dare ordine a questo sistema competitivo. Non elimina la potenza, ma la incanala. Non annulla la forza, ma cerca di impedirne l’uso arbitrario ed aggressivo o di prevederne l’impiego per estrema ratio (difesa da aggressioni) o per azioni preventive che risultino obbligate e necessarie ad evitare pericoli più estesi e irreversibili. È un insieme di norme che funzionano, però, solo se esistono attori capaci di sostenerle, difenderle e farle rispettare. In altre parole, il diritto internazionale non è un’alternativa alla potenza: è uno dei suoi prodotti e, allo stesso tempo, uno dei suoi strumenti.

Essenziale il rapporto tra diritto e potenza: le due traiettorie

In questo quadro, diventa essenziale chiarire quale rapporto debba instaurare l’Europa tra diritto e potenza. Esistono due traiettorie possibili. La prima è quella che potremmo definire “dalla potenza al diritto e ritorno”: è il percorso tipico delle grandi potenze storiche, che partono dalla forza, costruiscono un diritto funzionale ai propri interessi e poi tornano alla potenza per garantirne l’applicazione. È la logica di potenze come Stati Uniti, Cina, Russia, dell’Impero britannico o di Roma antica.

La seconda traiettoria, invece, è quella che meglio descrive la condizione europea: “dal diritto alla potenza e ritorno”. L’Europa nasce dal diritto, non dalla forza; ha costruito la propria identità politica su trattati, norme e istituzioni; e proprio per questo, se vuole difendere quel diritto e renderlo efficace nel mondo reale, deve acquisire una potenza che oggi non possiede pienamente, soprattutto sul terreno della difesa e deterrenza militare comune, convenzionale e nucleare. Il ritorno al diritto, in questo caso, non è un ripiegamento o fuga nel moralismo, ma la chiusura di un ciclo: la potenza serve a proteggere ciò che definisce l’Europa.

Se si osserva l’Europa attraverso questa lente, emerge una tensione irrisolta. L’Unione Europea è uno dei più sofisticati costrutti giuridici e politici del mondo contemporaneo, ma non è ancora un soggetto di potenza pienamente formato. Ha un enorme peso economico, una forte capacità normativa, un modello sociale e istituzionale che esercita attrazione, ma fatica a tradurre tutto ciò in una presenza geopolitica coerente. In un mondo in cui Stati Uniti, Cina, Russia, India e altre potenze regionali competono apertamente per sfere di influenza, l’Europa rischia di essere più oggetto che soggetto delle dinamiche globali.

L’Europa non può permettersi di non essere una potenza

Per diventare un attore geopolitico a pieno titolo, l’Europa deve conciliare i cinque concetti suddetti. Deve dotarsi di una forza credibile, soprattutto nel campo della sicurezza e della difesa, perché senza forza non esiste potenza. Deve sviluppare una visione politica comune, capace di superare la frammentazione degli interessi nazionali. Deve costruire una propria sfera di influenza, fondata non sulla coercizione ma sulla capacità di offrire stabilità, sviluppo e regole condivise. E deve difendere il diritto internazionale non solo come principio astratto, ma come architettura che tutela i suoi stessi interessi strategici.

In definitiva, la questione non è se l’Europa debba diventare una potenza, ma se possa permettersi di non diventarlo. In un mondo in cui la competizione geopolitica è tornata a essere il motore delle relazioni internazionali, la scelta è tra assumere un ruolo attivo o subire le decisioni altrui. La politica europea del futuro dipenderà dalla capacità di integrare forza, potenza, sfera di influenza e diritto internazionale in un progetto coerente, realistico e condiviso. Solo così l’Europa potrà operare come soggetto e non come semplice spazio geopolitico attraversato da potenze esterne.

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