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Lezioni dal caso Groenlandia

Alessandro Maran sabato 24 Gennaio 2026
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di Alessandro Maran

 

Donald Trump sembra aver abbandonato – almeno per ora – il suo tentativo di impossessarsi della Groenlandia, una pretesa che aveva trascinato la NATO sull’orlo della crisi. Cosa possiamo imparare da questo episodio e quali conseguenze ha avuto per l’alleanza occidentale?
Innanzitutto, non si capisce bene l’entità dei cambiamenti relativi alla presenza militare in Groenlandia. Il presidente americano ha annunciato un accordo quadro con la NATO riguardante il territorio, e ha descritto tale futura intesa come finalizzata a garantire agli Stati Uniti il ‘totale accesso’ alla Groenlandia per scopi difensivi. Ma prima che Trump esigesse la proprietà della Groenlandia per ragioni di sicurezza, gli Stati Uniti godevano già di una sostanziale libertà d’azione nel rafforzare le difese sull’isola artica autonoma di proprietà danese. Un accordo esistente del 1951 tra gli Stati Uniti e la Danimarca prevede una maggiore presenza statunitense per la sicurezza in Groenlandia qualora la Danimarca non fosse in grado di fornirla (https://avalon.law.yale.edu/20th_century/den001.asp), sebbene un aggiornamento del 2004 richieda agli Stati Uniti di consultare la Groenlandia sulle questioni che riguardano gli affari locali (https://www.state.gov/…/04-806-Denmark-Defense.done_.pdf). Inoltre, più in generale, la Groenlandia e la Danimarca sono alleate strategiche e di lunga data degli Stati Uniti, con relazioni particolarmente solide proprio dal punto di vista della sicurezza e della difesa, radicate fin dalla Seconda Guerra Mondiale, e non e mai venuto in mente a nessuno che potessero sollevare serie obiezioni al soddisfacimento di una legittima esigenza di sicurezza da parte dell’America.
Mercoledì, intervenendo al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Trump ha escluso l’uso della forza militare per impadronirsi della Groenlandia. Dopo un incontro con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, Trump ha annunciato su Truth Social che non avrebbe imposto dazi ai paesi europei che si sono opposti alla concessione agli Stati Uniti della piena proprietà dell’isola artica (https://truthsocial.com/@realDon…/posts/115934734335579278). I due leader hanno raggiunto un accordo quadro soddisfacente sulla Groenlandia, ha annunciato il presidente degli Stati Uniti. A quanto pare, tale quadro non prevederà la proprietà statunitense: Rutte ha dichiarato all’intervistatore della Fox News Bret Baier che il tema della proprietà della Groenlandia “non è più venuto fuori nelle mie conversazioni di stasera con il presidente [degli Stati Uniti]” (https://www.foxnews.com/…/top-nato-official-reveals…). Un portavoce della NATO ha affermato che i negoziati proseguiranno. Jim Tankersley, Lara Jakes e Adam Goldman del New York Times riferiscono che tali negoziati potrebbero concentrarsi sulla creazione di una nuova missione NATO nell’Artico, sull’espansione dell’accordo del 1951 e forse sulla concessione agli Stati Uniti della sovranità sulla loro base aerea esistente in Groenlandia, o su sacche di sovranità su ulteriore territorio (le basi militari statunitensi non sono territorio sovrano degli Stati Uniti; un accordo del genere potrebbe imitare lo status delle basi britanniche a Cipro, considerate territorio britannico, osservano i giornalisti del Times: https://www.nytimes.com/…/trump-greenland-deal…).
Quindi è stato tutto inutile? O meglio, tanto rumore per nulla, visto che si tratta di qualcosa che si poteva ottenere senza tutto questo teatrino? Forse: l’editorialista del Financial Times Gideon Rachman sostiene che nessun elemento concernente la Groenlandia o la sicurezza artica ha indotto Trump a mutare la propria posizione. Se Trump ha fatto marcia indietro definitivamente sulla Groenlandia, scrive Rachman, è “perché alla fine ha incontrato una certa opposizione: da parte degli europei, all’interno del suo stesso Partito Repubblicano e dai mercati. Pur vantandosi dei nuovi massimi del mercato azionario durante la sua presidenza, Trump ha anche osservato che i mercati erano crollati bruscamente ieri” per i timori di una nuova tornata di dazi statunitensi sulla Groenlandia, e forse di una guerra tra alleati della NATO. “È stata la reazione del mercato a convincere Trump a moderare le sue politiche tariffarie dopo il cosiddetto ‘giorno della liberazione’ del 2 aprile. È probabile che stia accadendo la stessa cosa sulla Groenlandia” (https://www.ft.com/…/ec68123c-3721-4e1b-82c1-a25f86c34191).
L’Europa ha accolto con favore il cambio di rotta di Trump, così come i groenlandesi (https://edition.cnn.com/…/trump-administration-news-01…). In ogni caso, il danno è fatto, scrive The Economist. La crisi si è attenuata, “ma per quanto tempo? Potrebbe trattarsi solo di una ritirata tattica. Trump desidera la Groenlandia da anni. Nell’esporre le sue rivendicazioni [sulla proprietà], ha parlato della NATO con un disprezzo tale che dovrebbe mettere in stato di massima allerta le capitali europee. La crisi della Groenlandia racchiude lezioni per tutti i paesi. Una di queste è che Trump cederà alle pressioni, senza necessariamente rinunciare ai suoi obiettivi a lungo termine. Un’altra è che la visione ristretta e pessimistica del mondo del presidente e la sua volontà di riscrivere la storia hanno eroso la fiducia che un tempo sosteneva le alleanze americane. Infine, ne consegue che ogni rottura con Trump minaccia di essere esistenziale. Egli preannuncia un riallineamento globale al quale gli alleati dell’America devono prepararsi” (https://www.economist.com/…/the-true-danger-posed-by…).
Sul blog diplomatico del Carnegie Endowment for International Peace, Emissary, Sophia Besch scrive: “L’episodio è importante perché ha oltrepassato un limite che non può essere oltrepassato: il membro più potente della NATO ha apertamente sfidato l’integrità territoriale, la sovranità e la capacità di azione politica di un altro paese membro. Anche senza l’uso della forza o delle sanzioni, questa violazione indebolisce l’alleanza in modo duraturo. L’attenuazione della pressione immediata non chiude la questione, bensì rende più acuto l’interrogativo su ciò che l’Europa ha imparato e se sia disposta ad agire di conseguenza”. Alcuni leader europei ritengono ormai che la NATO attraverserà semplicemente una nuova crisi ogni sei mesi finché Trump rimarrà presidente, scrive Besch. Questa aspettativa “può essere una valida regola empirica per la gestione delle crisi [future della NATO]. È una fondamento fragile per la fiducia” (https://carnegieendowment.org/…/greenland-trump-europe…).

Del resto, come Robert Kagan ha spiegato magnificamente qualche giorno fa su The Atlantic, il presidente Trump vuole tornare all’ordine internazionale del XIX secolo. Lascerà l’America meno prospera e il mondo intero meno sicuro. “La Strategia per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump lo ha reso ufficiale: l’ordine mondiale liberale dominato dagli americani è finito”, scrive Kagan. “Questo non perché gli Stati Uniti si siano dimostrati materialmente incapaci di sostenerlo. Piuttosto, l’ordine americano è finito perché gli Stati Uniti hanno deciso di non voler più svolgere il loro ruolo storicamente senza precedenti di garantire la sicurezza globale. La potenza americana che ha sostenuto l’ordine mondiale degli ultimi 80 anni sarà invece usata per distruggerlo” (https://www.theatlantic.com/…/trump-national…/685673/). Linkiesta ha pubblicato l’articolo di Kagan (senior fellow presso The Brookings Institution e autore del recente “Rebellion: How Antiliberalism Is Tearing America Apart—Again”, che ho recensito in un post del 20 agosto 2024) in italiano (https://www.linkiesta.it/…/trump-america-ottocento…/). Non perdetevelo per nessuna ragione al mondo.

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