di Alberto Bianchi
Negli ultimi anni, a partire soprattutto dalla Brexit – la scissione britannica dall’Europa – si è consolidata, in determinati ambienti politici, finanziari e nei grandi colossi hi‑tech e gestione dati di Stati Uniti e Regno Unito, una lettura della geopolitica occidentale che non passa più attraverso le categorie tradizionali dell’“Occidente” o della “NATO”, ma attraverso un concetto più ristretto, più coeso e più identitario: l’anglosfera.
Non si tratta di un’astrazione teorica né di un vezzo accademico. È un’idea che circola da decenni, ben oltre i think tank anglosassoni, che ha trovato nuova linfa nel Regno Unito post‑Brexit e che si adatta perfettamente alla postura strategica degli Stati Uniti contemporanei di Trump. Nel dibattito politico britannico, questa visione si colloca chiaramente nell’orbita delle forze sovraniste e populiste e pro‑Brexit, quelle che hanno fatto della rottura con l’Europa il proprio marchio identitario (per questo, è auspicabile non prevalgano nelle future elezioni politiche inglesi). È un immaginario geopolitico che parla la lingua di Nigel Farage, non quella del laburismo di Keir Starmer, che invece tenta di ricucire un rapporto con l’Europa e di riportare Londra dentro un orizzonte multilaterale.
L’anglosfera, nei suoi promotori e sostenitori, non è un’alleanza formale, ma un blocco culturale‑strategico composto da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, con l’Irlanda in posizione semi‑interna. Condivide lingua, sistemi giuridici, apparati di intelligence integrati e una visione del mondo che vede nella continuità tra impero britannico e leadership americana la spina dorsale dell’ordine globale. È un nucleo duro, per certi aspetti molto più coeso dell’Unione Europea, e soprattutto molto più funzionale alla logica estrattiva della potenza americana contemporanea di Trump.
La reinterpretazione attuale della Dottrina Monroe – soprattutto nella versione attribuita al tycoon – non è isolazionista, ma selettiva. Riduce l’impegno in aree percepite come non strategiche, privilegia rapporti bilaterali, predilige alleati culturalmente affini e rilancia l’idea di proteggere la “famiglia anglofona”. In questo quadro, l’anglosfera appare come la naturale estensione del neo‑monroismo: non più limitato all’America definita in termini fisico‑geografici, ma inteso come civilizzazione. E qui emerge il punto decisivo: l’effetto strutturale principale – e voluto – dell’anglosfera è la divisione dell’Europa. Non un effetto collaterale, non un rischio eventuale, ma la conseguenza logica di una strategia che considera l’UE un attore troppo autonomo, troppo regolatorio, troppo competitivo per essere trattato come un alleato paritario. L’Europa, agli occhi di questa visione, non è un blocco, ma un mosaico negoziabile. E un mosaico è sempre più facile da maneggiare di un monolite.
Brexit ha accelerato questa frattura. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non è stata solo un evento politico interno britannico – solo oggi ne comprendiamo appieno la portata – ma la rottura del ponte che teneva insieme la potenza marittima anglosassone e la potenza continentale europea. Da quel momento, una parte della Londra politica ha cercato un nuovo ancoraggio strategico e lo ha trovato, inevitabilmente, nella Washington trumpiana. La narrativa della “Global Britain” è, in realtà, una “American Britain”: un ritorno alla special relationship come asse primario della politica estera. E questo tentativo di riallineamento, in chi lo promuove e vi lavora alacremente, non è solo diplomatico o retorico. È materiale, industriale, tecnologico.
Lo dimostra, tra l’altro, una recente inchiesta di The Nerve – testata giornalistico‑investigativa britannica indipendente, nata per indagare i rapporti tra potere politico, industria della difesa, tecnologia e sicurezza nazionale (https://www.thenerve.news/) – sulla penetrazione della società americana Palantir, fondata dal trumpiano Peter Thiel, nel sistema industriale della difesa britannica, soprattutto nel settore nucleare. È una prova concreta che l’anglosfera non è un’aspirazione, ma un’infrastruttura di potere già in parte operativa. Palantir non è un semplice fornitore: è un attore strategico che gestisce dati, processi, capacità decisionali. Il fatto che un’azienda americana sia così profondamente integrata nei gangli vitali della difesa britannica dimostra che la sovranità tecnologica del Regno Unito è ormai intrecciata con quella degli Stati Uniti. E questo intreccio, lungi dall’essere un incidente, è il cuore pulsante dell’anglosfera.
In questo scenario, l’Europa continentale rischia una marginalizzazione strutturale. Gli Stati Uniti la considerano un attore frammentato, competitivo sul piano economico, incompleto su quello militare e poco affidabile su quello istituzionale. La logica bilaterale americana frammenta l’UE; la logica anglosferica la marginalizza. L’effetto combinato potrebbe essere devastante: un’Europa non più polo, ma appendice.
Per questo Regno Unito e Irlanda diventano decisive. L’Europa non può competere con l’anglosfera, ma può evitare di esserne schiacciata solo se ricostruisce un legame politico‑strategico solido con Londra (è uno degli assi della Coalizione dei Volenterosi) e rinforzato con Dublino. Non si può annullare la Brexit, né imporre un ritorno del Regno Unito nell’UE. Si tratta, però, di riconoscere che senza Londra l’Europa è monca sul piano militare, mentre un’Irlanda attratta di fatto – quantunque non formalmente – dall’anglosfera perderebbe il suo ruolo di ponte culturale e finanziario verso il mondo anglofono. Senza un nuovo rapporto strutturato con Londra, l’UE sarebbe condannata a essere un attore regionale, non globale.
La risposta non può essere simbolica. L’Europa deve creare un quadro istituzionale nuovo, flessibile, multilivello, che permetta al Regno Unito di essere parte integrante del potere europeo senza essere membro dell’UE. Una struttura capace di integrare difesa, industria, tecnologia, energia, finanza e sicurezza in un’architettura comune. Un’Europa a geometria variabile, ma con un nucleo geopolitico indivisibile.
Se l’Europa non agisce, l’anglosfera diventerà il vero Occidente e l’UE un attore a margine. Se invece costruisce un rapporto strutturale con il Regno Unito e rafforza quello con l’Irlanda, può mantenere un peso globale, evitare la marginalizzazione e impedire che Washington tratti l’Europa come un insieme di Stati negoziabili uno per uno. La scelta è semplice, ma radicale: o l’Europa reintegra Londra e rafforza Dublino nel proprio orizzonte strategico, oppure accetta di essere un attore secondario in un mondo dominato da blocchi più coesi. Non è una questione di nostalgia imperiale europea. È una questione di sopravvivenza geopolitica.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.