di Alberto Bianchi
Nella giornata di oggi, 14 dicembre, si è verificata la coincidenza di due avvenimenti di rilievo che hanno posto al centro del confronto politico – sia pure a distanza – da un lato il Capo del Governo di centrodestra, Giorgia Meloni, intervenuta al raduno di Atreju, e dall’altro la Segretaria del maggiore partito di opposizione, Elly Schlein, protagonista dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico.
Il confronto tra i due interventi sul piano contenutistico avremo tempo e modo di svilupparlo nei prossimi giorni. Qui, invece, intendo affrontarlo sul piano strettamente formale e linguistico: su questo terreno, la chiave esplicativa non può che consistere nella misurazione dei registri comunicativi adottati da Meloni e Schlein, in rapporto alla loro capacità di rappresentare la realtà e di attirare l’attenzione degli italiani-elettori e dell’opinione pubblica sulle rispettive posizioni.
In termini di linguaggio politico, Giorgia Meloni ad Atreju ha utilizzato un gergo diretto, concreto e fortemente performativo, capace di restituire la realtà percepita dagli italiani e di persuadere con immediatezza. Elly Schlein, invece, all’Assemblea del PD ha adottato un registro più politicistico-tattico a fini interni di partito, meno incisivo sul piano della persuasione popolare. L’impressione complessiva è che Meloni sia risultata più efficace nel trasmettere un senso di realtà e coinvolgimento rispetto a Schlein. Scendiamo nei particolari.
Il linguaggio di Giorgia Meloni ad Atreju
Nel suo intervento, Meloni ha mostrato una maggiore concretezza in termini di realtà vissuta: ha insistito su concetti tangibili come “fiducia degli italiani nel governo”, “autonomia differenziata”, “premierato”, “riforma della giustizia”, documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Usa, approvato da Donald Trump. Questi riferimenti restituiscono l’impressione di un legame diretto con la quotidianità politica e sociale.
Il gergo è risultato popolare e colloquiale, con espressioni come “la sinistra si porta sfiga da sola” o “chi scappa non ha contenuti”, che rompono la formalità e si avvicinano al parlato comune, aumentando la capacità di persuasione.
Il ricorso a metafore (“il nannimorettismo di Schlein”) e a formule ironiche ha rafforzato l’attacco e la contrapposizione alla sua rivale, consolidando la percezione di una leader combattiva, capace di incarnare la realtà politica come scontro diretto.
Infine, frasi come “giornate che profumano di appartenenza” hanno evocato immagini sensoriali e rafforzato il legame identitario con il pubblico e con il suo elettorato di riferimento.
Il linguaggio di Elly Schlein all’Assemblea nazionale del PD
Schlein, invece, ha adottato un registro prevalentemente politicistico e tattico-interno di partito, sottolineando che “l’assemblea nazionale non è una kermesse, ma il massimo organo dirigente del partito”. Questo linguaggio è più formale e rivolto alla propria legittimazione interna, meno alla persuasione degli italiani in ascolto.
Ha parlato di “un’Italia che ricominci a sognare”, di “unità nella diversità” e di “alternativa potente”. Sono formule evocative ma astratte, che rischiano di apparire distanti dalla realtà quotidiana degli italiani.
L’appello alla comunità, nella formula “Siamo qui per fare scelte insieme come si fa in una grande comunità democratica”, è certamente inclusivo, ma più orientato alla “mitica” unità interna del partito che alla mobilitazione esterna. Il minor ricorso a un gergo popolare, rispetto a Meloni ad Atreju, e l’assenza di espressioni colloquiali o ironiche hanno indubbiamente consentito a Schlein di mantenere un tono più istituzionale – che non è certo il suo per formazione culturale – ma meno immediato e coinvolgente.
Confronto linguistico
Nella rappresentazione della realtà, dunque, la Meloni è riuscita a tradurre temi politici in immagini concrete e colloquiali, mentre Schlein ha finito per proiettarli in visioni astratte.
Di conseguenza, la capacità di persuasione è stata certamente maggiore da parte della Meloni che, usando un linguaggio diretto e popolare, ha accentuato la presa sull’immaginario collettivo. Il registro di Schlein, all’opposto, pur in parte coerente con un contesto assembleare, è apparso meno efficace nella percezione della realtà e nel convincere un pubblico ampio.
Dal linguaggio ai contenuti
Come premesso in apertura, il confronto esteso e puntuale tra i due interventi sul piano contenutistico sarà sviluppato a breve tempo e da più versanti. Tuttavia, già ora è possibile richiamare due riferimenti di contenuto che confermano, in modo emblematico, la differenza di linguaggio sin qui descritta e la diversa capacità di rappresentare la realtà.
Primo riferimento: nel suo intervento all’Assemblea nazionale del PD, Schlein non ha fatto alcun cenno al Documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, recentemente firmato da Donald Trump. Ha parlato, sì, di sicurezza, ma solo in termini interni, criticando il governo per non aumentare gli stipendi delle forze dell’ordine e per aver destinato risorse ai Cpr in Albania. Troppo poco per dire di avere esaminato il Documento americano, soprattutto alla luce delle gravi e negative ricadute che esso può avere per l’Unione Europea e per l’Italia. In precedenti occasioni, Schlein ha definito la sicurezza “un bene comune fondamentale” per difendere “libertà” e “democrazia”, ma sempre in chiave nazionale, non geopolitica o transatlantica.
Secondo riferimento: Schlein ha affrontato il tema della riforma della giustizia criticando la proposta del ministro Nordio, approvata dal governo. Ha dichiarato: “Questa non è una riforma della giustizia, non tocca nessuno dei nodi cruciali”, citando la lunghezza dei processi, il ricorso limitato alle misure alternative e il sovraffollamento carcerario. Ha contestato anche la separazione delle carriere dei magistrati, definendola un intervento marginale e già avviato con la riforma Cartabia. Non una parola, però, sul merito del quesito referendario, a cui gli italiani saranno chiamati a rispondere la prossima primavera. Soprattutto, nessun confronto da parte di Schlein con le argomentazioni di merito di non pochi esponenti riformisti del PD e progressisti della sinistra – compresi magistrati illustri – che si sono già dichiarati favorevoli al Sì nel referendum per la separazione delle carriere dei magistrati. Anche in questo caso, dunque, la Schlein rifugge da un confronto con la realtà interna ed esterna al PD.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.