di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo
Si è finalmente capito che il tema fondamentale di questa fase economica è il crollo dei salari reali, unici in Europa a non aver recuperato i livelli pre-pandemia, e che a questo si è sommato un aumento della pressione fiscale effettiva dovuto al fiscal drag. In parole semplici: l’inflazione ti fa salire di scaglione e paghi più tasse pur guadagnando lo stesso, anzi un po’ meno. Bene, quindi, che si dedichino cinque miliardi a compensare i lavoratori che guadagnano sopra i 35 mila euro lordi, quelli dimenticati da tutte le manovre precedenti. Ma facciamo due conti. Un insegnante con uno stipendio lordo di poco più di 41 mila euro l’anno ha perso, dal 2019, circa 4.400 euro di potere d’acquisto sul lordo. La riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33 per cento restituisce poco più di 34 di euro al mese. Si tratta del 10% della perdita di potere di acquisto sullo stipendio lordo subita dal 2019 al 2025. Meglio di niente, certo, ma questo è quel che succede quando ti fai scappare di mano le cose: con il fisco puoi raddrizzare solo un po’ quello che il mercato e la contrattazione non hanno fatto per tempo.
La misura più controversa è però la flat tax al 10 per cento sugli aumenti dei contratti collettivi. Presentata come incentivo al rinnovo, è in realtà un pasticcio che rischia di distruggere la progressività dell’Irpef e di trattare in modo diverso lavoratori uguali solo perché il contratto è stato rinnovato in un certo mese e di un certo ammontare. È una proposta già comparsa ai tempi di due governi precedenti e respinta perché iniqua e complicata da applicare. Un conto è ridurre l’imposizione su benefit, tredicesime o straordinari, dove l’aliquota unica ha un senso; un altro è aprire una breccia così ampia nel sistema dell’imposta sul reddito. È l’ultima spiaggia di chi non sa più come compensare con il fisco una contrattazione collettiva che non ha tenuto il passo dell’inflazione. Ma non funzionerà, e rischia di sfasciare l’Irpef in modo irreversibile. Per il governo è il modo per cercare di accontentare i sindacati ma anche rappresenta il cavallo di Troia per estendere il principio della flat tax al lavoro dipendente.
Poi ci sono le misure “di bandiera”, quelle messe lì per tenere insieme la maggioranza. Escludere la prima casa dall’Isee vuol dire allargare in modo artificiale la platea, bisognerebbe invece indicizzare le soglie per riammettere molte famiglie oggi escluse per via dell’inflazione. Allo stesso modo, allungare l’accesso a pensione di un mese in realtà non cambia nulla. E la cosiddetta “tassa sulle banche” è un déjà-vu: ogni anno si annuncia, ogni anno viene riscritta per non far male a nessuno.
Resta il grande tema dell’industria, l’altro punto debole del Paese insieme ai salari. La revisione del PNRR ha già penalizzato pesantemente gli investimenti industriali: con la cancellazione di industry 5.0, appena introdotta e già fallita, il settore ha perso miliardi di risorse. Ora si prova a rimediare con quattro miliardi di nuovi fondi, rimettendo la marcia indietro e tornando alle misure che funzionavano: iper e super-ammortamento, Sabatini, ZES. La marcia indietro è radicale e la Commissione UE mi immagino abbia fatto grande fatica ad accettarla, speriamo che almeno serva a qualcosa.

Professore di economia politica all’università degli Studi di Milano, si occupa di disoccupazione e diseguaglianze. E’ stato tra gli anni 2015 e 2018 membro del comitato tecnico di valutazione della Presidenza del Consiglio e consigliere economico del Presidente Gentiloni. Ha scritto un libro sulle riforme di quegli anni dal titolo “le riforme dimezzate, perché su lavoro e pensioni non si può tornare indietro”, EGEA 2018. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.