di Alessandro Maran
Si chiude un anno non facile, ha detto ieri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno. “Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati alfreddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte. La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio” (https://x.com/Quirinale/status/2006456773453164959).
Che non ci sia possibilità di pace con l’attuale leadership russa e che le trattative (mai veramente cominciate) siano fondate su equivoci e minate dal doppio gioco, lo sanno anche i sassi. Ma in fondo, anche dalle nostre parti, più che volere la pace, in molti vogliono semplicemente essere lasciati in pace. Anche perché siamo arrivati a considerare la pace, la sicurezza, la democrazia, il benessere come cose naturali, scontate: la conseguenza, ovvia, dell’evoluzione del genere umano. E abbiamo dimenticato quanto sia costata l’affermazione dell’ordine liberale internazionale, i mali che ci ha risparmiato.
Ma quella di Putin non è una guerra (solo) all’Ucraina che vuole diventare una democrazia europea integrata nelle istituzioni occidentali: è una guerra contro l’ordine mondiale creato nel secondo dopoguerra. L’obiettivo di Mosca (e di Pechino) è ridefinire l’equilibrio tra gli attori. Insomma, Putin ce l’ha con noi.
Ma, per quanto ovvia e appariscente (bastava e basta prestare attenzione alle parole di Putin. Il più delle volte quelli che hanno cattive intenzioni ci tengono a farcelo sapere: bisognerebbe prenderli sul serio), è una verità a lungo ignorata o minimizzata. Ora però quella verità, e quel problema, sono diventati troppo grandi ed evidenti per essere ignorati ulteriormente.
In questi giorni, infatti, si vedono crescere le voci, anche a sinistra, che mettono in guardia per i rischi che corre “l’ordine mondiale internazionale” se nelle relazioni internazionali si impone la “legge del più forte”. Lasciare che Putin vinca non avrà conseguenze solo sull’Ucraina, ha scritto Cinzia Sciuto. “Se Putin vince, perde il diritto internazionale. Se Putin vince, si afferma un ordine mondiale in cui la forza militare diventa la moneta legittima per riscrivere i confini e annientare la sovranità degli Stati. Se Putin vince, perdiamo tutti e ci avviamo a vivere una stagione in cui pace, democrazia e libertà non saranno diritti garantiti ma concessioni elargite dal più forte” (
https://www.micromega.net/la-pace-del-piu-forte). E l’altro giorno a Coffee Break, la direttrice di
MicroMega è tornata sul punto osservando che, nelle trattative sull’Ucraina, Trump non si comporta da mediatore ma da portavoce di Putin, facendo così da megafono anche all’inaccettabile pretesa dell’autocrate russo di ridefinire i confini con la forza (
https://x.com/_micromega_/status/2005604191973048605?s=46). Lo ha ribadito
Nona Mikhelidze: “La scellerata politica di
#Trump sul dossier ucraino ha fatto passare l’idea che i conti si regolino con la forza, non con un diritto internazionale già fragile. Un messaggio che pesa anche su ciò che vediamo oggi attorno a
#Taiwan” (
https://x.com/NonaMikhelidze/status/2005587338819469495).
Gli esseri umani, tuttavia, non sono marionette nelle mani dei potenti. Di fronte all’aggressione di Putin, gli ucraini hanno scoperto di essere pronti a morire per un principio: l’idea che tocca a loro scegliere il proprio destino. Noi dobbiamo decidere se continuare ad aiutarli o abbandonarli alla loro sorte. Per parte mia non ho dubbi su quale sia il nostro “dovere morale” (e il nostro interesse nazionale) anche ora che comincia un nuovo anno. Rispondere agli schiaffoni dicendo, come nel famosissimo sketch televisivo di Totò, “E che me ne frega a me, che sò Pasquale io?”, non è mai stata una grande strategia (https://youtu.be/PwYdZ0HFHMk?si=SlMwPnYryDAdIKZj).
Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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