Il tempo scorre verso la scadenza della sospensione di 90 giorni delle tariffe doganali annunciata dal presidente Donald Trump (https://edition.cnn.com/…/05/business/trade-war-deal-trump). Mantenendo in vigore una tariffa doganale fissa del 10% e rimandando i dazi annunciati (più elevati e specifici per ogni paese), Trump si è dato tempo fino all’8 luglio per concludere accordi con paesi di tutto il mondo in modo da strappare concessioni ed evitare le aliquote tariffarie che ha minacciato.
Due giorni fa Trump e il Primo Ministro britannico Keir Starmer hanno annunciato un accordo quadro.
Secondo gli osservatori, non si tratta di un vero e proprio accordo commerciale. “Il patto è stato presentato giovedì dal presidente degli Stati Uniti nello Studio Ovale, con il Primo Ministro britannico Sir Keir Starmer presente telefonicamente”, riportano James Politi, Aime Williams, George Parker e Peter Foster del Financial Times. “Entrambi i leader hanno elogiato con entusiasmo la solidità delle relazioni tra i loro paesi. Ma la portata dell’accordo tra Stati Uniti e Regno Unito è limitata, molti dettagli devono essere ancora definiti e il risultato finale lascia la Gran Bretagna ad affrontare relazioni commerciali con l’America più difficili rispetto a prima dell’introduzione, il mese scorso, di drastiche tariffe doganali globali da parte di Trump” (https://www.ft.com/…/e9d311f3-ce7d-4f72-8a46-a84b1181ff33).
David Goldman, Phil Mattingly e Kaitlan Collins della CNN scrivono: “Gli accordi commerciali veri e propri richiedono molto tempo, spesso anni, per essere elaborati. In genere comportano accordi incredibilmente complessi, che approfondiscono i dettagli di vari beni e barriere non tariffarie. Spesso comportano importanti valutazioni di carattere politico, poiché diversi partiti cercano di proteggere gli elettori con interessi specifici. Invece, l’’accordo’ annunciato da Trump è più simile a un memorandum d’intesa (…) In cambio dell’alleggerimento del peso dei dazi su acciaio e alluminio sul Regno Unito da parte degli Stati Uniti, i funzionari britannici hanno proposto una riduzione delle imposte digitali sulle grandi aziende tecnologiche statunitensi e un percorso negoziale concreto per un accordo di più ampia portata”(https://edition.cnn.com/2025/05/07/business/trade-deal-trump). Eshe Nelson del New York Times riporta: “L’accordo rappresenterà un enorme sollievo per l’industria automobilistica britannica, che ora dovrà affrontare dazi del 10% sulle prime 100.000 auto esportate annualmente negli Stati Uniti” (https://www.nytimes.com/…/us-uk-trade-agreement…).
Che implicazioni ha questo accordo in relazione alla campagna tariffaria di Trump, più in generale? Altri Paesi cercheranno sicuramente di trarre insegnamento da questa esperienza, mentre si preparano a cercare un accordo per proprio conto. “I negoziati della Casa Bianca con la Gran Bretagna hanno chiarito che la strategia sarà quella di procedere settore per settore, strappando concessioni agli interlocutori lungo il percorso”, scrive The Economist. “Per la Gran Bretagna, ciò ha significato concentrarsi su agricoltura, automobili e acciaio, dove ha incassato una tregua dai dazi specifici imposti da Trump, oltre a garantirsi la promessa di un trattamento preferenziale in eventuali futuri round di tariffe doganali (…) Accordi con altri Paesi sono attesi a breve, ma probabilmente saranno anch’essi limitati. La domanda cruciale, a cui l’accordo con la Gran Bretagna non risponde, è se i partner commerciali che si trovano ad affrontare imposte superiori al 10% possano almeno contrattare per scendere a quella soglia minima” (https://www.economist.com/…/trumps-trade-deal-with…).
Ieri, intanto, il presidente americano ha manifestato la sua disponibilità ad allentare i dazi sulle importazioni dalla Cina (https://edition.cnn.com/…/economy/china-tariff-trump-trade). In una serie di post sulla sua piattaforma social, Truth Social, Trump ha affermato che un’aliquota tariffaria dell’80% sulle importazioni cinesi “sembra giusta”. In precedenza, i dazi sulle importazioni cinesi erano stati fissati al 145%. Inutile dire che, in ogni caso, entrambe le aliquote rappresentano un serio ostacolo al commercio.
Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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