di Marco Campione
Non volevo esprimermi sulla polemica per la data nella quale si disputerà il referendum sulla giustizia perché la data della consultazione non determina l’esito della stessa e trovo tutta la discussione pretestuosa.
Nel nostro paese -come ampiamente documentato- l’elettore decide quale partito votare nell’ultima settimana (se non negli ultimi giorni) di campagna elettorale. Se vale per le politiche, vale anche per un referendum e a maggior ragione per un referendum confermativo senza quorum. A proposito di quorum, il governo ha appena emesso un decreto legge per consentire di svolgere la consultazione in due giornate, domenica e lunedì. A dimostrazione che non ha alcun interesse a disincentivare la partecipazione.
Sul punto è intervenuto il Prof. Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto Pubblico comparato e di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma, che sul Quotidiano Nazionale ha scritto: «la norma di legge consente sia di procedere per la via breve indicendolo dopo che una prima richiesta ammessa sia per la via lunga attendendo tutti e tre i mesi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. […] Ci possono essere vari argomenti per entrambe le opzioni. La scelta ultima spetta al Governo. Non è in gioco né la Costituzione né il rispetto della legge, si tratta solo di prassi e di preferenza tra prassi.».
Non è in gioco né la Costituzione né il rispetto della legge.
La scelta ultima spetta al Governo.
L’articolo potrebbe finire qui perché Ceccanti è più che autorevole ma soprattutto condivido la considerazione che per il referendum non dovremmo confrontarci su queste piccolezze, ma sulle “conseguenze vere, non immaginarie” della riforma, “senza trasformarlo in uno scontro tra forze politiche, che nega valore del referendum e per il quale sono previste le elezioni politiche”.
In un paese normale il governo sentirebbe le opposizioni e i comitati per il SÌ e per il NO e fisserebbe una data il più possibile condivisa. Ma l’Italia non è un paese normale e la scelta di politicizzare il voto referendario complica maledettamente le cose anche su questi aspetti secondari
L’articolo potrebbe finire qui, ma nell’ottica di fornire qualche elemento di approfondimento, ho deciso di dire la mia.
La data è regolata da una legge (art. 15 L. 352/1970) che prevede che vada stabilita in un Decreto del Presidente della Repubblica su indicazione del Consiglio dei Ministri che “deve essere emesso entro 60 giorni dal decreto della Cassazione che ammette il referendum”. Apparentemente è tutto semplice: il decreto è del 18 novembre, il DPR dovrebbe arrivare entro il 17 febbraio e la data sarebbe compresa (lo prevede la stessa Legge) “tra il 50° ed il 70° giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione”: la data più avanti possibile sarebbe quindi entro il 28 aprile, che nel 2026 sarà un martedì.
Sempre nell’ottica di favorire la partecipazione di solito si evita il fine settimana in mezzo al ponte del 25 aprile e Primo Maggio e per rispetto delle confessioni religiose si preservano la Pasqua cattolica e ebraica (5 aprile) o quella ortodossa (12 aprile). Restano 19 e 20 aprile oppure tutto marzo, a patto di fare il Consiglio dei Ministri prima della Befana.
Apparentemente è tutto semplice, dicevo. Cosa complica le cose? Che il referendum è stato richiesto dai parlamentari nei termini previsti, ma la Costituzione (Art. 138, comma secondo) consente di indire il referendum anche raccogliendo 500 mila firme di cittadini. E 15 cittadini hanno ufficializzato di volerle raccogliere. Nelle consultazioni precedenti si è aspettato che trascorressero i tre mesi dall’approvazione della norma che la Costituzione concede per raccogliere le firme. Siccome la Legge è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre, si dovrebbe aspettare il 31 gennaio, bruciando tutti i weekend di marzo e lasciando come uniche date possibili il 26 e 27 aprile (o al limite una settimana prima, ma mettendo in secondo piano gli italiani di fede ortodossa).
Per chi come me pensa che il rispetto delle norme (in particolare quelle di rango costituzionale) è una questione dirimente, diventa essenziale valutare se la prassi sia figlia di legittime scelte politiche (i governi pro tempore che hanno optato per i tempi lunghi avevano esigenze legate alla particolare fase politica) ovvero dell’interpretazione costituzionale più corretta.
Ho già detto della posizione di Ceccanti, per onestà intellettuale dò conto -pur non condividendola- della posizione della Prof.ssa Giovanna De Minico, ordinaria di Diritto costituzionale alla Federico II di Napoli; Di Minico, intervistata da Il Dubbio ha detto che è più corrispondente allo spirito della Carta l’interpretazione che predilige tempi lunghi per non pregiudicare “l’interesse dei 500mila elettori, privati del tempo necessario per la raccolta delle firme e per la campagna referendaria”.
Mi permetto di dissentire. Il diritto che la Costituzione vuole tutelare è quello di esprimersi sulla norma dei 51 milioni di aventi diritto al voto, non quello di raccogliere le firme dei di 15 “volenterosi”.
Tra l’altro sembra esserne consapevole anche la stessa Prof.ssa De Minico, che quando parla del Presidente “messo nella difficile posizione” di emanare il decreto allude a un presunto imbarazzo non a un atto contrario alle proprie prerogative, tanto che l’eventuale impugnazione del DPR da parte dei 15 proponenti la raccolta firme sarebbe –per sua stessa ammissione– «non dinanzi alla Corte costituzionale, perché solo a firme raccolte i 15 sono un Comitato promotore ammesso al conflitto di attribuzione come titolare di una funzione costituzionalmente rilevante, [ma[ davanti al giudice amministrativo».
Vedremo come deciderà di procedere il governo, ma comunque vada spero che nessuno strumentalizzi la scelta. L’unica informazione che ci darà la scelta fatta sarà su cosa preferisce fare l’esecutivo, non sulla interpretazione costituzionalmente orientata della Lege. Questa infatti può darla solo la Consulta.
Il fatto stesso che il Consiglio dei Ministri non abbia ancora deliberato, è un indizio che non hanno fretta. Con buona pace dei complottisti in servizio permanente effettivo.

Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version
Tutto l’articolo mi sembra parta da un presupposto errato: i 60 giorni dopo il 18 novembre cadono il 17 gennaio, non febbraio