di Marco Olivetti
Ho letto sulla maglietta di un autorevole esponente del comitato per il No che chi ha fame e sete di giustizia dovrebbe essere contro la riforma approvata dall’attuale Parlamento.
Ora, a parte l’inopportunità di invocare implicitamente il Vangelo su una questione molto laica e temporale, e per vari aspetti opinabile, mi permetto di osservare che si tratta di un argomento facilmente rovesciabile: chi ha fame e sete di buona giustizia potrebbe legittimamente invocare la costituzionalizzazione della separazione tra giudici e PM, la nomina ad incarichi direttivi in base al merito e non all’appartenenza correntizia e magari anche una responsabilità disciplinare effettiva, almeno per gli errori più gravi.
Forse, ricordando il caso Tortora (per il quale nessuno ha “pagato”), chi ha fame e sete di giustizia potrebbe invitare a votare Si nel prossimo referendum.
Ma, in fondo, non vorrei spingermi troppo avanti in questa argomentazione: il punto è proprio che occorre guardare alla riforma per quello che è, vale a dire non un voto popolare di fiducia o sfiducia nella magistratura (che a mio avviso è composta in larga parte di persone che cercano di fare il loro lavoro nel migliore dei modi), ma un modo per renderla più credibile, più ‘responsive’, meno castale.
Alla fine, potrebbe essere un modo per consentire a giudici e PM di lavorare meglio, nell’attesa di altre riforme, su profili non coinvolti da questa
