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Se l’America scivola nell’autoritarismo competitivo

Alessandro Maran lunedì 15 Dicembre 2025
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di Alessandro Maran

 

Gli Stati Uniti sono ancora una democrazia, ma i politologi Daniel Ziblatt (coautore di “How Democracies Die”, 2019), Lucan A. Way (coautore di “Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes After the Cold War”, 2010) e Steven Levitsky (coautore di entrambi) scrivono in un saggio su Foreign Affairs che l’America è scivolata in una sorta di “autoritarismo competitivo”.
Si tratta di un sistema politico “in cui i partiti competono nelle elezioni, ma i governanti in carica abusano sistematicamente del loro potere per punire chi li critica e sbilanciare il campo di gioco a sfavore dell’opposizione”, scrivono. Citando esempi in Venezuela, Turchia, Ungheria e India, vedono Trump seguire un percorso simile.
Ciò non significa che la discesa sia irreversibile, sostengono gli autori: “Due cose possono essere vere contemporaneamente. In primo luogo, gli americani si trovano di fronte a un governo autoritario. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno cessato di essere una democrazia a pieno titolo, come lo sono il Canada, la Germania o persino l’Argentina. In secondo luogo, come dimostra il successo del Partito Democratico alle elezioni del novembre 2025, rimangono molteplici canali attraverso i quali le forze di opposizione possono contestare – e potenzialmente sconfiggere – il governo sempre più autoritario di Trump (…) Invertire la discesa degli Stati Uniti verso l’autoritarismo richiederà ai difensori della democrazia di riconoscere il duplice pericolo dell’autocompiacimento e del fatalismo. Da un lato, sottovalutare la minaccia alla democrazia (…) favorisce l’autoritarismo incoraggiando l’inazione di fronte all’abuso sistematico di potere. Dall’altro, sopravvalutare l’impatto dell’autoritarismo – credere che il Paese abbia raggiunto un punto di non ritorno – scoraggia le azioni dei cittadini necessarie per sconfiggere gli autocrati alle urne” (https://www.foreignaffairs.com/…/american…).
Finché reggono le istituzioni, non tutto è perduto, scrive oggi Giuliano Ferrara sul Foglio sottolineando (compiaciuto) il punto “politico e notizioso”: “Ricorderete la fama di perdente, di cattivo perdente, di illuso, di imbecille, di peggior presidente della storia americana, che Bush Jr. si procurò nelle élite liberal mondiali, politica e stampa e show business e satira (…) Bene, ora il superliberal Tom Friedman cita George Bush a testimone della decenza politica e civile nell’America stravolta dal trumpismo Maga. Confida a Brooks, in un bel colloquio a due sul New York Times (https://www.nytimes.com/…/tom-friedman-david-brooks…), che vorrebbe tutti i giorni al mattino sedersi e scrivere che non ce la faremo, che altri tre anni di trattamento trumpiano del paese sono insostenibili, ma è trattenuto da questo giudizio di Bush, il famoso Dubya, W., il mostro repellente della coscienza democratica mondiale. Dice Bush, citato da Friedman come elder statesman: finché reggono le istituzioni, le corti, l’Fbi, il meraviglioso stato denigrato come deep state, finché regge un minimo di bilanciamento dei poteri, non tutto è perduto. Da spauracchio dei progressisti a loro testimonial. Ben scavato, vecchia talpa” (https://www.ilfoglio.it/…/il-gran-ritorno-di-bush-da…/).
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