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Separazione carriere, ecco perché sbagliano i detrattori della riforma

Redazione venerdì 19 Dicembre 2025
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di Marco Olivetti

Professore ordinario di Diritto costituzionale nel Dipartimento di Giurisprudenza, Economia, Scienze Politiche e Lingue all’Università Lumsa di Roma

Sono abbastanza convinto di votare si alla riforma costituzionale, non perché mi aspetti da essa una palingenesi della giustizia italiana, ma, essenzialmente, perché credo che rappresenti una tappa in un percorso ormai lungo, che negli ultimi 40 anni ha portato a differenziare sempre più le funzioni di giudice e pubblico ministero e che ora richiede di essere irrobustito a livello costituzionale, fra l’altro tentando di contenere gli abusi delle correnti (che ovviamente non spariranno) e di rendere un po’ più effettiva la responsabilità disciplinare dei magistrati. Non sono convinto che le soluzioni previste nella legge costituzionale siano perfette. Anzi, mi aspetto che la riforma, se mai passerà, debba essere metabolizzata nel sistema costituzionale attuale, dato che l’impianto del titolo IV della parte II resterà a grandi linee simile a quello attuale (e che i principi supremi dell’ordinamento costituzionale sono un limite alla revisione della Costituzione). Dunque nessuna rivoluzione e nessuna palingenesi.

Ma confesso che in questi giorni – e temo sempre di più nei prossimi mesi, man mano che si avvicinerà il referendum – ogni volta che sento parlare un avvocato per il Si mi vengono dubbi. E ogni volta che sento parlare un magistrato per il No, si rafforzano le mie convinzioni. Il referendum induce al settarismo, non certo da oggi, ma speriamo che ci si fermi un po’ prima di un voto pro o contro la magistratura, che sarebbe in entrambi i casi cosa stupidissima.

Questa riforma, in fondo, è un modo per rendere migliore, più autorevole e più credibile la magistratura italiana, che è composta in gran parte di persone qualificate e perbene, che secondo me lavoreranno meglio in un sistema con più chiara distinzione dei ruoli e che solo per pigrizia mentale difendono il sistema attuale.

Alcuni fra i detrattori della riforma costituzionale in materia di giustizia paventano che da essa possa derivare uno squilibrio nei rapporti fra politica e giustizia, rispetto al disegno delineato dai costituenti quasi 80 anni fa.

Essi sbagliano per due ragioni.

La prima è che questa riforma resta interamente all’interno della grande scelta compiuta nel 1947, quella di sottrarre le carriere dei magistrati – requirenti e giudicanti – ad una gestione da parte del ministero della giustizia, per attribuirla al CSM. Ciò che cambierebbe con la riforma sarebbe la riarticolazione del CSM in due sezioni (two gust is megl che one, diceva una pubblicità). E resterebbe integra l’indipendenza dalla politica.

La seconda è che l’attuale sistema dei rapporti fra politica e giustizia non è più quello del 1947. I costituenti, pur immaginando una magistratura del tutto indipendente dalla politica, vollero chiaramente anche una politica indipendente dalla magistratura. Basti pensare a tre meccanismi: a) l’immunità parlamentare (art. 68 testo originario); b) il regime speciale di responsabilità penale dei ministri (art. 96 testo originario); c) la verifica dei poteri (art. 66), Ne risulta un quadro di immunizzazione della politica dalla giurisdizione. Che però è saltato per i primi due di questi tre meccanismi, quasi del tutto svuotati dalle riforme costituzionali del 1993 e del 1989. Nessuna nostalgia di quei meccanismi, ma quelle riforme hanno aperto la via a un ruolo della magistratura (penale) rispetto alla politica che non era affatto nelle intenzioni dei costituenti, i quali – tutti: democristiani, comunisti, socialisti, laici minori – non volevano affatto saperne di una judicializazion e ancor meno di una criminalization of politics, quale quella che abbiamo visto dagli anni novanta in poi

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