di Andrea Romano
A sinistra ci divideremo sul prossimo referendum sulla giustizia, come da tradizione e senza alcuno scandalo. D’altra parte c’è più di un motivo per dare un Sì da sinistra alla separazione delle carriere e nelle scorse settimane alcuni “padri nobili” di varia tradizione ce lo hanno ricordato, per quanto sottovoce. L’ha fatto ad esempio Goffredo Bettini, custode dell’eredità ingraiana (che lui concilia molto misteriosamente con la passione per i Cinque stelle, ma è un altro discorso) quando ha ricordato che “la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio”, dove era ben riconoscibile l’eco dell’antica cautela del Pci nei confronti dei rischi di onnipotenza della magistratura (sul Dubbio del 27 settembre).
Si è poi aggiunto Claudio Petruccioli, nobile interprete della tradizione migliorista, che sul Foglio del 30 ottobre ha ricordato sia il ruolo che nella riforma del processo penale ebbe Giuliano Vassalli, partigiano socialista, medaglia d’argento al valor militare, sia la posizione del Pci e poi del Pds che hanno sempre sostenuto come “la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e quella inquirente” fosse indispensabile dinanzi a “un codice di procedura penale di tipo accusatorio”.
E infine l’autorevolezza di Augusto Barbera, a lungo parlamentare comunista prima di essere giudice e poi presidente della Corte costituzionale, che sul Corriere della Sera del 27 novembre ha ricordato il tratto antifascista della separazione delle carriere, giacché “l’appartenenza di tutti i magistrati alla medesima carriera era funzionale al processo di tipo inquisitorio previsto dai codici fascisti”. Proprio Barbera introdurrà lunedì prossimo, 12 gennaio, l’assemblea della “sinistra che vota Sì” riunita a Firenze sotto la regia di Stefano Ceccanti.
Al netto delle ragioni di opportunità politica che spingono l’opposizione parlamentare a mobilitarsi contro una riforma voluta dal governo (anche qui nessuno scandalo, per carità, salvo ricordare che si tratta dello stesso tatticismo per cui la riforma costituzionale voluta dal Pd nel 2016 fu boicottata da una destra che oggi sta meditando l’introduzione del premierato) a me pare che vi sia un’unica, grande motivazione politico-culturale che anima da sinistra il No alla separazione delle carriere. L’ha esposta con chiarezza su Repubblica di mercoledì 7 gennaio il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi: “Questa riforma ha lo scopo di indebolire la magistratura. Noi ci schieriamo in difesa della sua indipendenza affinché i magistrati possano continuare a indagare anche i politici, che non devono ritornare a essere una casta di intoccabili”.
Sarebbe troppo facile chiedere a Parisi in quale parte della legge di riforma sottoposta a referendum ha letto del divieto ai magistrati di indagare i politici. Un po’ come se io scrivessi qui che i protoni non possono stare insieme agli elettroni in uno stesso atomo: al che un qualunque studente liceale di fisica mi chiederebbe dove ho letto una cosa tanto fantasiosa. Ma naturalmente Giorgio Parisi partecipa alla campagna per il No da cittadino semplice, non certo come Premio Nobel, e ha dunque ha lo stesso mio diritto di spararla grossa.
Tuttavia quella sua argomentazione (“I politici non devono ritornare ad essere una casta d’intoccabili”) rivela nella sua ingenuità il modo con il quale i sostenitori del No si preparano alla campagna, perché rimanda direttamente alla grande narrazione del 1992: una casta d’intoccabili, la magistratura che s’incarica di combattere il drago della perfida politica, la torva reazione di chi vorrebbe proteggere l’impunità e tagliare le gambe ai giustizieri, etc. Ecco, le vere argomentazioni politiche della sinistra del No sono un reperto archeologico risalente a trentaquattro anni fa. Come se niente fosse accaduto dopo il 1992, come se quella narrazione fosse stata poi confermata da quanto è seguito nella storia italiana, come davvero lo scontro di allora fosse stato tra una casta d’intoccabili e una schiera di nobili giustizieri.
La nostalgia per il passato è un sentimento più che umano. Non c’è coetaneo mio o di Parisi, si parva licet, che non vorrebbe avere trentaquattro anni di meno: quell’energia, quelle speranze, quei capelli… Ma essere ostaggi di una fotografia dell’Italia che esiste solo nelle mitologie forcaiole è un enorme paradosso, soprattutto per chi vorrebbe farlo da sinistra. Non solo uno dei risultati immediati di quel 1992, così come lo raccontano Parisi e i sostenitori di sinistra del No, fu la nascita di una destra assai tonica che ancora oggi con gli eredi di quella stagione presidia più della metà del nostro elettorato. Ma i veri custodi politici di quella mitologia sono da tempo i Cinque stelle, con buona pace di chi nel Partito democratico confida nella capacità di decidere l’agenda politica di una coalizione che si candida a tornare al governo dell’Italia.
